Passi Sparsi | Esercizi di Empatia in narrativa

Libri & Scrittura

Passi Sparsi #07

2018-11-06 10:09:57

Passi Sparsi di Tullio, imprenditore, anni 47

Me l’avevano detto al Golf che avrei fatto bene ad assumere un autista per farmi scarrozzare durante il giorno, ma non volevo togliermi il piacere di guidare la mia sportiva e poi, per dirla tutta, avrei dovuto anche acquistare un’auto idonea all’autista, voglio dire, una Bentley, una cosa del genere. Mi sarei sentito vecchio e non libero. Poi non mi andava proprio di assecondare le loro cazzate da mena-sfiga.

Così ho continuato a fare di testa mia e ora addio patente. Andare a centottanta in tangenziale è un po’ da coglione, devo ammetterlo, ma quando sei in ritardo per un briefing importante non ci pensi a certe cose, e anche se ci pensi, quando hai il culo su un sedile del genere, ti senti intoccabile e protetto da qualsiasi cosa.

Per un bel po’ di mesi mi toccherà andare a piedi o in taxi, ma tra le tante fortune che mi sono costruito in venticinque anni ho anche quella di abitare a meno di due chilometri dalla sede centrale della mia azienda, quindi mi farò qualche passeggiata, come ora.

Camminando mi rendo conto che ultimamente mi sono perso la città, nonostante abiti nel centro. Andare e venire in auto significa lavorare molto di più, usare il cervello in continuazione per programmare la giornata, per ricapitolarla alla fine, mentre guido con movimenti automatici, con l’auricolare nell’orecchio pronto a ricevere o a fare telefonate. L’auto è una dependance dell’ufficio, in fondo.

Passeggiare, invece, apre finestre nuove come quella che sto vedendo ora, qui in Corso Martiri della Libertà, davanti a una chiesa che nemmeno so come si chiama, tanto me ne frega dei luoghi. In mezzo a un grumo di gente che attende un matrimonio, una bambina, una damigella con la gonna di tulle, se ne sta seduta, a piedi scalzi nel vuoto, su un parallelepipedo che sembra abbiano messo lì apposta per lei. Attende la sua parte da piccola protagonista, dietro la quale c’è un mondo intero di preparativi, di tensioni, di speranze. C’è la sua notte insonne probabilmente, i suoi sogni di essere sposa a sua volta un giorno, di poter indossare un abito vero, di passare ore dal parrucchiere anziché farsi accomodare i capelli dalla mamma con una semplice coda da cavallo.

Questa immagine mi fa capire che ho dei cassetti in cui non guardo da tempo, dentro i quali c’è un sacco pieno di cose belle a modo loro.

Ricordo mia sorella ad esempio, quella donnina splendida, che era la più piccola delle amiche coetanee, la più esile e per questo si sentiva diversa e soffriva. Quanto tempo è passato dall’ultima volta che ho pensato a lei? Davvero mi ci voleva il ritiro della patente e una passeggiata per tornare a tutto questo, per rivederla a sette anni, mascherata da cappuccetto rosso a carnevale, con gli occhi che invidiano l’amica vestita da fata turchina, più alta di trenta centimetri? Che fine ho fatto? Come sta mia sorella? Come vive al di là delle telefonate sporadiche in cui ci si chiede come va e ci si risponde sempre tutto bene? Non ricordo nemmeno a che piano abita per dio. Quando vado a trovarla non so mai che numero premere nell’ascensore, ma ho sempre l’alibi del lavoro, e lei capisce, mi perdona, non mi cerca per timore di disturbarmi. Sta in via San Faustino, ci metterei dieci minuti ad arrivarci e potrei abbracciarla oggi, grazie a quella bambina col tulle.

Non le dirò nulla. Salirò le scale a piedi, entrerò e le butterò le braccia al collo. Lei mi stringerà, prima piano, poi sempre più forte, come faceva un tempo. Forse si chiederà se sto bene, se mi sono rincoglionito del tutto, se è successo qualcosa di grave. Nulla è successo, tranne che sto passeggiando con un cuore diverso oggi.

Domani? Non lo so. Forse chiamerò un taxi, oppure mi deciderò per l’autista. Tullio imprenditore anni 47