Passi Sparsi | Esercizi di Empatia in narrativa

Libri & Scrittura

Passi Sparsi #05

2018-11-01 07:19:24

Passi Sparsi di Giorgio, operaio, anni 48.

Non mi sono proprio ricordato che oggi toccava a me.

Avrei sacrificato un dito perché squillasse il mio telefonino in quel momento. Chiunque fosse stato avrei fatto finta di avere un impegno imprevisto e me ne sarei andato dal bar, salutando tutti e scusandomi per il contrattempo. Certe faccende, se capitano tra il primo del mese e il dieci, bisognerebbe saperle evitare, credimi.

Invece ero lì, bello come il sole, con il mio aperitivo in mano e le mani che puzzavano di olive, a parlare dello sciopero che ci sarà la prossima settimana, di come organizzare i banchetti fuori dalla fabbrica e, quando ho sentito il Gianni che mi fa “oggi sta a te vero? Ciao gente io vado”, mi si è gelato il sangue, credimi.

In tasca avevo solo dieci euro, gli ultimi prima della busta paga, e ci dovevo anche comprare il pollo per stasera.

Allora, da bravo orgoglioso che sono, ho aspettato che se ne andassero tutti, ho ordinato un altro aperitivo all’Ernesto, per darmi un tono, per preparare il terreno alla scena successiva, poi ho simulato una ricerca nelle tasche mentre gli chiedevo il conto. Diciannove e cinquanta. Ok. Cazzo, ho lasciato i soldi a casa. Te li porterò domani, Ernesto. Nessun problema, fa lui, ma mi guarda un po’ storto.

Può esistere che diciannove euro siano una tragedia del genere? Diciannove e cinquanta per la precisione. Una tragedia, credimi.

Sto camminando con la nausea e i pensieri che mi bruciano le tempie.
Sto andando a casa, mentre vorrei avere il coraggio di scassinare una colonnina del parchimetro perché, se non inizio a farlo, non posso andare avanti. Per quattro giorni non devo esistere.

Da bambino percorrevo spesso il cavalcavia Kennedy, quasi sempre a piedi, a volte in bicicletta. I miei non erano ricchi, nemmeno benestanti per la precisione, tuttavia quando ero alla sommità del ponte mi fermavo un attimo e mi sentivo grande, credimi. Vedevo i campi verso sud e i miei occhi potevano correre fino a fermarsi lontano, sulle finestre del nostro appartamento: era come volare.

La stessa cosa la provavo in Castello, quando mio padre era in buona onda e metteva una moneta nel cannocchiale azzurro che a me sembrava un cannone per sparare ai palazzi. Volavo, mentre ascoltavo gli ingranaggi del meccanismo a tempo che alla fine facevano chiudere la lente.

Ora tutto è cambiato.

I sogni di diventare un pilota di elicotteri sono svaniti e quando arrivo qui ci sono quelle cose che mi fanno sentire un microbo.
 

Il Crystal Palace e il Matitone sembrano messi lì apposta per ricordarti che potresti essere schiacciato da un momento all’altro. Ironia della sorte, tornando ai sogni, sul tetto del più alto c’è proprio la piattaforma per gli elicotteri, mentre io qua sotto ho in tasca dieci euro in spiccioli e sono in cassa integrazione e la bottega del pollivendolo è già chiusa e a casa non so che cazzo raccontare.

La cosa orrenda è che mi sento sporco oltre che piccolo.
Sporco per non aver saputo fare di meglio per i miei figli, che sicuramente si sentono piccoli a loro volta, per via del fatto che hanno i libri di seconda mano e devono rinunciare a un sacco di cose che gli altri invece sfoggiano in continuazione e le gite scolastiche se le sognano e compagnia bella.


Non chiedono nulla loro, come non chiedeva nulla il sottoscritto, ed è terribile a quell’età censurare i propri desideri, credimi.

Mi fermo ad osservare una partita di calcio tra neri, nel parco Tarello, poi decido di scendere per guardarli da vicino e domandarmi perché non mi basta più un pallone tra i piedi, per togliermi i pensieri dalla testa.

Giorgio
operaio
anni 48

Fotografie di Eros Mauroner