Libri & Scrittura
Passi Sparsi #01
Passi sparsi di Marco, medico di pronto soccorso, anni 43. Fotografie di Eros Mauroner.
UNO
[Si consiglia l'ascolto di questo brano in sottofondo]
Occhi gonfi, di gente con addosso tute che sanno ancora di letto. Cani al guinzaglio e merli che saltellano senza un disegno. Le sette.
Sopra la testa cirri rosa d’alba e sprazzi d’azzurro, sotto i piedi un tappeto giallo di foglie, non ancora secche da poter crepitare, morbide al mio passaggio.
Il meteo diceva che sarebbe piovuto stamattina, ma il cielo non ci sta.
Ci ho pensato questa notte. Ho sperato in una pioggia salvifica che mi mondasse il cuore, gli occhi, le orecchie da quell’orrore. Fu la prima cosa che mi venne in mente, quando mi resi conto che se n’era andato e che dovevo parlare con i suoi genitori.
Avrei voluto che il mio turno finisse proprio lì, insieme al fischio continuo di quella macchina, che lo aveva tenuto in vito fino a pochi secondi prima. Avrei raggiunto il mio armadietto, mi sarei tolto il camice bastardo, sarei uscito sotto una cascata d’acqua con addosso il cappello impermeabile, senza l’ombrello.
Mi vedevo libero, là fuori, di lasciarmi alle spalle la notte, imboccando a piedi Via Ducco, dopo essere passato in mezzo ai taxi chiusi e appannati, alcuni con il vetro leggermente abbassato, altri con il motore acceso, altri ancora con dentro uomini mezzi addormentati.
Avrei preso un cappuccino nella pasticceria di Via Crocefissa, letto il quotidiano appena arrivato, scambiato due parole con la donna dai seni grandi dietro la cassa, riguardo al turno appena finito. Tutto bene. Tutto bene. Solite cose signora, nessun decesso per quanto mi riguarda.
Poi fuori.
Di nuovo sotto la pioggia, verso la galleria Tito Speri, che di notte sembra un tunnel per l’aldilà, ma di quelli allegri, di quelli che ti fanno sentire vivo mentre ci cammini dentro, perché sono colorati, e conti i rettangoli di toni differenti, dopo esserti promesso che, se i verdi saranno pari, riuscirai a fare una certa cosa l’indomani, viceversa non ci riuscirai. Ad ogni passo si avvicinerebbe l’uscita, che per me è l’entrata nel cuore della mia città, è Via Mazzini, l’aorta nella quale inizio a sentirmi protetto, quasi a casa.
Avrei svoltato a sinistra in Via dei Musei e affrettato il passo per osservare il Tempio sotto la pioggia. Mi sarei fermato nel centro della piazza, avrei fatto perno su un piede e un giro di trecentosessanta gradi, per provare il solito brivido nel cuore, quando i miei occhi lasciano le case e incontrano lui, il tempio romano, le sue colonne ferite e ingessate, antifragili.
L’acqua avrebbe creato cascate dall’architrave. Mi sarei chiesto, come sempre, cosa si può provare a starci sotto, a farsi inondare da un’acqua che porta con sé particelle di storia. Ci avrei messo dieci minuti a raccogliere tutto con gli occhi, ormai inzuppato fino alle ossa, poi avrei continuato a camminare lento verso Tebaldo Brusato. Nessuno in giro. Ultima tappa prima di salire le scale per casa mia sarebbe stata camminare sulla terra battuta mista a foglie inzuppate e respirarne i profumi.
Ora sono qui, e non c’è traccia di pioggia, non mi ha fatto la cortesia.
Alla fine li ho dovuti affrontare quei genitori. Non c’erano corridoi da percorrere: stavano aspettando dietro la porta di terapia intensiva, non ho avuto manco il tempo di cercare le parole per iniziare. Pochi passi e li ho avuti davanti.
Li ho solamente guardati.
Impossibile scappare dagli occhi di quella madre, dalla loro pioggia senza colori, dal suo urlo infinito, che resterà con me a lungo, insieme a tutti gli altri.
Marco
medico di pronto soccorso
anni 43
Fotografie: Eros Mauroner