Passi Sparsi | Esercizi di Empatia in narrativa

Libri & Scrittura

Passi Sparsi #02

2018-10-17 13:25:03

Passi sparsi di Giulia, studentessa, anni 16. Fotografie di Eros Mauroner.

Sottofondo consigliato: Fink - “Cold Feet“

 

Potevo prendere l’undici, ma non avevo voglia di odori umani, profumi schifosi, di lasciare il posto a un’anziana, ascoltare menate di ospedale, di morti o di soldi da pagare. Sembra ke lì dentro la gente parli solo di questi tre argomenti, non ci sto dentro, raga. E poi devo risparmiare, ché quella stronza di mia madre, coi suoi ricatti ridicoli, non mi ha dato soldi questa settimana. Cioè, dovevate vedere la sua faccia quando sono andata in cucina con la spilla nella guancia. In più sull’undici mi guardano sempre i capelli, perché nessuno ha il coraggio di andare in giro con la testa viola e verde, e a me viene voglia di mandarli a fare in culo. Meglio evitare oggi.

Sono incazzata di brutto. E camminare quando si è incazzati di brutto non è come fare una passeggiata, raga. Tutta colpa di quell’imbelle. Uno non può dirmi ke mi ama al Parco Ducos, davanti ai cigni, alle papere, alle tartarughe, ai pesci rossi ke sono testimoni, e poi nello stesso parco farsi beccare con la mia amica, magari a dirle le stesse cose. Cioè, almeno cambia posto, vecchio. Ce ne sono una riga di posti adatti per raccontare cazzate alle ragazze ingenue. C’è il Castello, dove se non ti fai distrarre da quei pippaioli dei guardoni, puoi fare il romanticone fino a vomitare. Ci sono altri parchi anche, cos’è, hai l’abbonamento al Ducos tu?

 

Ci stavo tornando in quel parco, camminando in Viale Venezia, sola e piena di amore, come una farfalla rincoglionita. Volevo sedermi di nuovo su quella panchina e rivivere il momento, rivedere la sua bocca ke si muoveva parlandomi, mentre gli contavo i foruncoli e i punti neri sulla guancia destra e avrei voluto fargli una pulizia del viso con le unghie, ma non sarebbe stato carino credo. Comunque ce n’era una schiera di quelle robe sulla sua faccia. Sembrava un pezzo di lardo al pepe, raga.

Mi ero portata anche il piccolo principe, quello ke mi aveva regalato lui con la dedica falsa, fottiti. Volevo rileggere alcuni punti ke avevamo sottolineato con la penna a inchiostro viola, leggere delle stelle, ke ognuno ha la sua eccetera eccetera. Magari avrei scritto qualcosa per lui, per l’homo-inutilis.

Camminavo, osservavo le vecchie ville sulla destra, direi Liberty ma sono una pippa in arte, e immaginavo di viverci con lui un giorno. Pensavo al fatto ke ci serviva un posto con delle mura di protezione, una casa insomma, dove restare e fare l’amore senza genitori-controllori ke non hanno alcun rispetto, ke entrano in camera tua anche se fuori c’è un cartello enorme con scritto NON DISTURBARE.

Ho anche fantasticato su una coppia ke è passata in moto, lui ke guidava con lei seduta dietro, appiccicata come una cozza. Io avrò una moto mia, invece, mi dicevo, andremo in giro fianco a fianco, lui magari con una da corsa, ché è un bel po’ tamarro il tizio, non so se mi spiego, io con l’Harley e il giubbotto di pelle.

Quando sono entrata nel parco ho iniziato a frugare nello zaino, per prendere il piccolo principe e il mio diario, intanto camminavo, sull’erba, per raggiungere la nostra panchina. Li ho visti lì e mi sono sentita scema nel pensare ke forse non era lui, che forse non era lei, che forse non erano loro. Una scema, raga.

Quando mi incazzo a volte rido. Cioè, rido se l’incazzatura è a livelli altissimi. Così ho riso, passando al loro fianco, con lo sguardo dritto su un cestino per l’immondizia. Mi ci sono fermata davanti, ho strappato ogni pagina del piccolo principe, ho aperto il diario e preso la foto della gita a Venezia, con la sottoscritta e la puttana dai capelli blu, la puttana turchina che ora ha il suo burattino bugiardo. L’ho fatta in mille pezzi, mentre vedevo le guglie del San Marco che si infilavano nel cestino. Intanto ridevo. Non li ho osservati, ma sono sicura ke loro mi hanno visto bene, perché erano a meno di tre metri.

Ora sto tornando a casa. Mi sa ke litigherò con la vecchia, così arriva l’ora di cena. Giulia studentessa anni 16

Fotografie: Eros Mauroner