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CamTv: una social company "olivettiana"?
Ne L'Ordine Politico della Comunità (1946), Adriano Olivetti imbastì una lunga riflessione sulla necessità di ristrutturazione del modello capitalistico , del modus operandi della classe dirigente e dell’ordine politico vigente. https://www.disei.unifi.it/upload/sub/pubblicazioni/repec/pdf/wp10_2019
La figura di Olivetti ammalia ancora oggi trasversalmente il mondo accademico, gli imprenditori, i lavoratori e gli innovatori o chi, come me, si occupa di Responsabilità Sociale di Impresa o di capitalismo sostenibile. Oggi in cui la sostenibilità non è più una moda ma un’esigenza concreta come d'altronde negli anni ’50 quando intellettuali di ogni estrazione accorsero a candidarsi all'Olivetti per ricoprire ruoli di spicco e abbracciare il progetto riformistico dell’umanistica impresa olivettiana.
Infatti, come prescriveva il suo diktat deontologico, considerando l’impresa un microcosmo sociale complesso, AO riteneva che la sua essenza dovesse essere nutrita dalle menti degli ingegneri innovatori, degli operai, dei burocrati e degli intellettuali. Nessuno era considerato inessenziale. Per evitare quindi gli eccessi del tecnicismo, AO, pur non rinunciando ai pareri e agli spunti che gli operai e i semplici lavoratori gli offrirono, si circondò di una vera e propria corte “rinascimentale” di intellettuali che annoverò sociologi di spicco quali Gallino e Ferrarotti, poeti e scrittori come Volponi, Sinisgalli, Giudici, Pampaloni e di grandi giornalisti e reporter come Tiziano Terzani che candidamente dichiarò “Per cinque anni ho fatto il manager all’Olivetti; vi ero entrato come giovane laureato con lode alla Normale di Pisa. Avevo scelto l’Olivetti, perché a quel tempo un giovane come me, che veniva da una famiglia povera e che voleva impegnarsi socialmente aveva la scelta tra l’Olivetti e il Partito comunista. Io scelsi l’Olivetti perché rappresentava la modernità. Perché era moderna l’Olivetti di Adriano? Cosa c’era di grandioso e che oggi non riesco più a vedere in questo sistema economico, esclusivamente fondato sul concetto di crescita? Certo, anche allora bisognava produrre macchine da scrivere e venderle, ma il processo non era fine a se stesso o funzionale alla crescita; era funzionale a qualcos’altro, un qualcosa che Adriano Olivetti chiamava comunità, che, attraverso l’azienda cresceva in cultura, in comunicazione, in senso di fratellanza; era cioè un progetto culturale e sociale e questo secondo me era un grande aspetto positivo dell’economia.”
Cos’aveva quindi di moderno e unico l’impresa olivettiana? Oltre a rappresentare un modello idealtipico di impresa socialmente responsabile, era un’impresa comunitaria (un concetto che forse ritroviamo nelle odierne social company?) fondata perentoriamente su tre pilastri che la rendevano “un luogo dove alberga la giustizia, dove il progresso regna, dove la bellezza risplende” (Olivetti, 1952).
Beninteso, AO non era uno sprovveduto e da intellettuale, imprenditore e uomo d’azione qual era capiva che l’efficienza tecnica e economica era la condicio sine qua non la comunità non era in grado di raggiungere alti livelli di cultura, bellezza ed equità sociale. In lui si combinava la lungimiranza del visionario e la praticità dell’uomo d’azione e chi lo definì utopista concreto non credo avesse tutti i torti. E non deve stupire se quella impresa tecnologica ma anche e soprattutto creativa e culturale (in cui gli operai divorano libri in pausa pranzo o mangiavano mentre Duke Ellington suonava in un sala adiacente alla mensa!!!), progettò il primo computer completamente transistorizzato al mondo, l’Elea 9003. Un capolavoro ingegneristico progettato ad Ivrea 6 mesi prima del paritetico modello americano dell’IBM!
Ma la storia non finisce qui…perché secondo Olivetti la creazione del valore doveva essere un processo collettivo, concertato e multilivello al quale tutti gli stakeholders dovevano e potevano contribuire attivamente. Proprio tutti come nelle più moderne imprese nipponiche: ingegneri, management, operai, burocrati, intellettuali, comunità locali furono i reali protagonisti di quel miracolo socio-economico che la città d’Ivrea visse negli anni ’50. Un miracolo tecnologico, culturale e sociale che Olivetti teorizzò e realizzò 60 anni prima delle recenti prescrizioni economiche che, intravedendo la fine prossima di un capitalismo insostenibile e “sotto assedio”, dichiarano all’alba del XXI secolo che l'attuale modello economico può sopravvivere solo se in grado di creare un “valore condiviso” in cui tutti gli attori sono equamente riconosciuti e premiati per il loro contributo sociale ed economico. Insomma, quello shared value (valore condiviso) che i grandi economisti dell’Harvard Business School oggi prescrivono come modello di sviluppo imprescindibile, Olivetti l’aveva bene in mente già qualche decennio fa. Sicuramente molto prima di molti intellettuali ed economisti americani.
Ho intravisto nella nostra social company, tecnologica, sociale e italiana come quella di Olivetti, una vivida scintilla di quella filosofia. Credo che per molti aspetti stia percorrendo quella strada. Quella della sostenibilità, del valore condiviso e della lungimiranza dei pionieri….voi cosa ne pensate?