Roberta Graziano
“Perché gli indiani non possono lavorare come tutti gli altri? Perché possono godersi la vita con i soldi delle mie tasse? Smettiamola con questa vecchia storia! Gli indiani sono dei cittadini come tutti gli altri, se vogliono avere gli stessi diritti devono sottomettersi agli stessi doveri!”. Ecco il tipo di commenti che è possibile ascoltare quando si parla dei popoli indigeni in Brasile. Nella Costituzione del 1988 post-dittatura questa popolazione, stimata intorno agli 11 milioni prima dell’invasione dei portoghesi, ora di circa 900.000 persone (lo 0,4% dei brasiliani) e composta da 305 popoli che parlano 274 lingue diverse, si è vista finalmente riconoscere la sua legittimità originaria sulle sue terre ancestrali e il diritto “alla differenza”, cioè il rispetto per la sua organizzazione sociale, le usanze, le lingue, le credenze e le tradizioni. Un diritto garantito anche dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIT, Convenzione 169). Questo chiaramente non esclude gli altri diritti della Costituzione, ma sottolinea una specificità originaria. Un diritto già riconosciuto dalla Magna Charta, certo, ma che non è affatto applicato e che nei primi cento giorni del governo Bolsonaro sta per essere totalmente smantellato. Il discorso perverso dell’integrazione Il presidente Jair Bolsonaro è sempre stato contro i popoli indigeni, ma negli anni ha cambiato stile. Mentre vent’anni fa si rammaricava che la cavalleria brasiliana non avesse decimato tutti gli indigeni come negli Stati Uniti, durante la campagna presidenziale del 2018 ha difeso l’integrazione di quei popoli nella società brasiliana: “Molti vogliono condannarvi a rimanere isolati nelle vostre terre, come qualcosa di raro, come se fosse un parco zoologico. Ma voi non meritate questo. Siete brasiliani e avete tutto il diritto di sfruttare la vostra terra e anche di venderla, se volete”. Questa posizione, in teoria favorevole ai diritti degli indigeni, è simile al discorso “assimilazionista” della dittatura che concepiva un unico modello culturale ed economico al quale i popoli ancestrali dovevano adeguarsi. Bolsonaro cerca di stuzzicare da una parte il sentimento di ingiustizia della popolazione precarizzata, costretta al lavoro senza fine per sopravvivere, e dall’altra gli indigeni stessi attirati dalla seduzione del profitto e dell’autonomia in spregio a una struttura culturale e storica. Così, tra le prime misure del suo governo, Bolsonaro ha tolto agli indigeni la gestione dei confini dei loro territori per… affidarla alla lobby dei proprietari agricoli. Il Funai, il dipartimento brasiliano agli Affari indigeni, legato finora al Ministero della Giustizia, aveva la responsabilità di delimitare i confini delle terre indigene e decidere delle licenze ambientali. Queste competenze gli sono state ritirate e cedute al ministero dell’Agricoltura che è in mano al potere del latifondo. Il Funai è stato relegato al Ministero dei diritti umani della pastora evangelica Damares Alves che ha dichiarato recentemente di non volere più avere nessun dialogo con le organizzazioni non governative perché “ora l’indiano parla direttamente con noi e lavoriamo per soddisfare le sue vere necessità”. Siamo tornati indietro di un secolo, al tempo delle campagne moralistiche di evangelizzazione… Una terra ambita da profitti internazionali Ma questo i popoli indigeni non sono affatto disposti ad accettarlo e, alla fine di aprile, il loro annuale “Accampamento Terra Libera” ha radunato 4000 persone di 107 delegazioni. “Abbiamo resistito ai colonizzatori che ci hanno decimato, all’impero che ha voluto civilizzarci e alla dittatura che ci ha assassinati, resisteremo anche al fascismo!” ha gridato Sonia Guajajara, leader del popolo Guajajara
Roberta Graziano
“Perché gli indiani non possono lavorare come tutti gli altri? Perché possono godersi la vita con i soldi delle mie tasse? Smettiamola con questa vecchia storia! Gli indiani sono dei cittadini come tutti gli altri, se vogliono avere gli stessi diritti devono sottomettersi agli stessi doveri!”. Ecco il tipo di commenti che è possibile ascoltare quando si parla dei popoli indigeni in Brasile. Nella Costituzione del 1988 post-dittatura questa popolazione, stimata intorno agli 11 milioni prima dell’invasione dei portoghesi, ora di circa 900.000 persone (lo 0,4% dei brasiliani) e composta da 305 popoli che parlano 274 lingue diverse, si è vista finalmente riconoscere la sua legittimità originaria sulle sue terre ancestrali e il diritto “alla differenza”, cioè il rispetto per la sua organizzazione sociale, le usanze, le lingue, le credenze e le tradizioni. Un diritto garantito anche dall’Organizzazione internazionale del lavoro (OIT, Convenzione 169). Questo chiaramente non esclude gli altri diritti della Costituzione, ma sottolinea una specificità originaria. Un diritto già riconosciuto dalla Magna Charta, certo, ma che non è affatto applicato e che nei primi cento giorni del governo Bolsonaro sta per essere totalmente smantellato. Il discorso perverso dell’integrazione Il presidente Jair Bolsonaro è sempre stato contro i popoli indigeni, ma negli anni ha cambiato stile. Mentre vent’anni fa si rammaricava che la cavalleria brasiliana non avesse decimato tutti gli indigeni come negli Stati Uniti, durante la campagna presidenziale del 2018 ha difeso l’integrazione di quei popoli nella società brasiliana: “Molti vogliono condannarvi a rimanere isolati nelle vostre terre, come qualcosa di raro, come se fosse un parco zoologico. Ma voi non meritate questo. Siete brasiliani e avete tutto il diritto di sfruttare la vostra terra e anche di venderla, se volete”. Questa posizione, in teoria favorevole ai diritti degli indigeni, è simile al discorso “assimilazionista” della dittatura che concepiva un unico modello culturale ed economico al quale i popoli ancestrali dovevano adeguarsi. Bolsonaro cerca di stuzzicare da una parte il sentimento di ingiustizia della popolazione precarizzata, costretta al lavoro senza fine per sopravvivere, e dall’altra gli indigeni stessi attirati dalla seduzione del profitto e dell’autonomia in spregio a una struttura culturale e storica. Così, tra le prime misure del suo governo, Bolsonaro ha tolto agli indigeni la gestione dei confini dei loro territori per… affidarla alla lobby dei proprietari agricoli. Il Funai, il dipartimento brasiliano agli Affari indigeni, legato finora al Ministero della Giustizia, aveva la responsabilità di delimitare i confini delle terre indigene e decidere delle licenze ambientali. Queste competenze gli sono state ritirate e cedute al ministero dell’Agricoltura che è in mano al potere del latifondo. Il Funai è stato relegato al Ministero dei diritti umani della pastora evangelica Damares Alves che ha dichiarato recentemente di non volere più avere nessun dialogo con le organizzazioni non governative perché “ora l’indiano parla direttamente con noi e lavoriamo per soddisfare le sue vere necessità”. Siamo tornati indietro di un secolo, al tempo delle campagne moralistiche di evangelizzazione… Una terra ambita da profitti internazionali Ma questo i popoli indigeni non sono affatto disposti ad accettarlo e, alla fine di aprile, il loro annuale “Accampamento Terra Libera” ha radunato 4000 persone di 107 delegazioni. “Abbiamo resistito ai colonizzatori che ci hanno decimato, all’impero che ha voluto civilizzarci e alla dittatura che ci ha assassinati, resisteremo anche al fascismo!” ha gridato Sonia Guajajara, leader del popolo Guajajara e pr
Roberta Graziano