Libri & Scrittura
Passi Sparsi #08
Passi Sparsi di Enrico architetto, anni 44
Stavamo camminando in Via Dante, diretti verso Piazza della Vittoria, in un pomeriggio di sole obliquo che non scaldava per nulla, quando mio padre si voltò a guardarmi e mi disse che se ne sarebbe andato da casa.
Avevo sette anni e nessuna abitudine alle difficoltà, quindi pensai che si trattasse di un viaggio di lavoro, come quelli che faceva spesso. Invece mi spiegò che non avrebbe mai più dormito nella nostra casa, che tra lui e la mamma c’erano problemi, che un giorno avrei capito, che ci saremmo visti ogni due fine settimana.
Quando mi resi conto del lato definitivo del suo discorso, per prima cosa provai un odio feroce verso mia madre, la ritenni responsabile, nonostante lui fosse stato assolutamente neutro nell’espormi la questione. Aveva parlato di ‘problemi’, non di responsabilità o di colpe, problemi come la pioggia che un giorno, dopo mesi di sole, senza avvisare nessuno, arriva.
Mi domandai cosa sarebbe successo da lì in avanti e mi resi conto che i ‘problemi’ di cui mi stava parlando mio padre erano stratificati, poggiavano l’uno sull’altro come le scale della posta centrale. Lo capii perfettamente, che stava per cambiare la mia vita, proprio in quel punto della piazza, mentre osservavo i gradoni di pietra scura levigata.
Tutto questo per dire che in quel momento ero un bambino e che mio padre non riuscì a mettermi tranquillo in alcun modo, perché non sapeva farlo nella sua semplicità.
Tutto questo per dire, anche, che ora sono un padre e che oggi devo parlare con mia figlia di una situazione quasi identica per i cosiddetti ‘problemi’, ma con la differenza sostanziale che è la mamma ad andarsene, cosa che per una di otto anni forse è peggio, perché dovrà cambiare casa e amici.
Cammino verso la scuola e mi imbatto in una parata di studenti con addosso costumi strani e maschere fatte a mano. C’è musica in sottofondo, alcuni danzano con movimenti larghi, altri si fanno fotografare da un tizio vestito di nero.
Un ragazzo di colore balla break-dance sul selciato. Per un attimo vorrei che mia figlia fosse lì in mezzo, a diciotto anni compiuti, lontana dal dolore che proverà tra pochi minuti.
Quando arrivo al portone lei è già fuori, in un capannello di bambini che sbracciano e si accomodano meglio gli zaini sulle spalle. Resto a distanza per qualche minuto, creandomi una serie infinita di sensi di colpa, domandandomi se domani avrà la stessa spensieratezza che ha addosso ora, se riuscirà a ridere, a giocare, a dare ancora botte in testa a quel ragazzino che le fa i dispetti.
Mi vede e cammina verso di me, dopo aver salutato i compagni. Mi sforzo di sorriderle, ma ne deve uscire una smorfia patetica, perché subito mi chiede: “Che cosa è successo?”.
La prendo per mano e procediamo verso casa in silenzio, mentre cerco le parole per iniziare. Mi stringe forte il pollice, cinque o sei volte a intermittenza, poi mi fa:
“Ho parlato con la mamma ieri. Non devi preoccuparti, ci vedremo lo stesso tante volte, lo so come vanno certe cose.” E per un attimo mi sento figlio suo.