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Gravidanza: gioie e fatiche di questo percorso
Capitolo 3: il post parto ( arriva il momento più difficile )
Il mattino dopo la colazione vado a prendere il piccolo,sono emozionatissima. È ancora bruttino, gli occhi gonfi e sporchi, uno strano faccino. È ancora, anche lui, sconvolto dall’accaduto. Il papà arriva ed è già innamorato, lo sono tutti. Mi sento bene lì in ospedale, mi insegnano a cambiarlo, non sono mai sola, mi affiancano anche nello spinoso trattamento del moncone del cordone che mi agita. So che mi terranno pochissimo in ospedale. Fortunatamente ho una preoccupazione in meno, l’allattamento. Il colostro era già presente dal 6 mese di gravidanza e il piccolino si attacca al seno così tanto e spesso che dopo un giorno ho già la montata lattea. Le contrazioni so che fanno bene al mio utero. Lo aiutano a tornare delle normali dimensioni e più sono una che regge bene il dolore. I punti fan fastidio ed ho paura ad andare in bagno. La pancia è ancora molto gonfia tanto che dei simpaticoni indelicati come battuta mi chiedono se ce n’è dentro ancora uno ( non fatelo mai). Non riconosco il mio corpo. È sformato. Vorrei stare qualche giorno in più del previsto in ospedale ma dopo soli 2 giorni si deve andare a casa ed io so cosa mi aspetterà. Dover pulire i disastri fatti dal cane, gestire la casa quando vorrei solo riposare e stare con il bambino,m. Lì in ospedale non c’era nulla a cui pensare. Non al cibo o alla casa. E soprattutto....l’ombelico, il terrore della Sids, la testolina molle che va ovunque, la fontanella, che resti il latte, qualsiasi cosa che riguardi la sua incolumità. Sono, inoltre, consapevole che purtroppo quei folli degli ospedali mandano a casa le neo-mamme nel pieno del loro crollo ormonale. I primi giorni a casa sono terribili. Piango tanto tanto e mi sento in colpa per questo, perché vedo il mio angelo che mi da una gioia immensa ma mi sento a terra. Inadeguatezza, tristezza immotivata. Mi sento brutta ed incapace. Fatico a seguire la casa perché voglio seguire il piccino ma mi sento una che non sta facendo nulla. Mi guardo allo specchio e vedo solo quello strano corpo e quella faccia sciupata. Cerco di mantenermi sistemata, mi vergogno della mia immagine nello specchio e mi vergogno del mio mondo interiore con gli altri. Le notti son tutte poppate e controllare che respiri. Solo una mamma può capire la difficoltà delle settimane subito dopo il parto. Andrebbero più supportate e non solo a livello pratico. Provo molte cose. Gioia ma anche frustrazione, sofferenza e rabbia. Frustrazione quando fatico a consolarlo e la sofferenza perché mi accorgo che quando lui piange provo un dolore tremendo anche io, è l’empatia più forte che abbia mai provato. E poi la rabbia, ma non verso di lui, quello non mi è mai successo, ma verso di me, perché vorrei che fosse sempre e solo felice e non debba mai provare sensazioni negative. Sapere che nella vita questo non è possibile mi fa sentire impotente. Vorrei qualcuno che mi abbracciasse e mi dicesse di piangere fino a sfogare tutte le mille emozioni splendide e terribili che mischiano in una tempesta e tuonavano, tumultavano dentro di me, che non sono orribile perché fatico a seguire la casa o perché gli ormoni mi buttano giù. Poi per fortuna gli ormoni si assestano e pian piano acquisisco le competenze, capisco che un istinto materno esiste davvero, dovevo solo liberarlo dall’inibizione delle paure. Pian piano lo conosco e mi innamoro. Continuo ad aver paura di tutto ma ogni giorno l’innamoramento aumenta, arriva a far esplodere il cuore. A volte lo guardo e mi commuovo da tanto che è bello. Mi continuò a sentire inadeguata e spaventata ma la reazione è abbracciarlo, baciarlo e provare a fare di più.