Libri & Scrittura
Passi Sparsi #03
Passi Sparsi di Fausto, professore in pensione, anni 75. Fotografie di Eros Mauroner.
Sottofondo consigliato: https://youtu.be/S-Xm7s9eGxU
Anche stamani ho indugiato a lungo tra il pensiero di uscire a fare la spesa e quello di chiamare mia figlia e dettarle la lista di quello che mi serve.
Non è facile decidersi, perché ci sono un sacco di cose da prendere in considerazione. È come mettere i pro e i contro su una bilancia a due piatti e vedere quale pesa di più.
I pro del restarmene a casa sono: evitare le sei rampe di scale senza ascensore, che sono un flagello per le mie anche, soprattutto al ritorno, quando sarei carico di sacchetti; poter restare in pigiama e leggere “la sophia degli antichi” senza alcun disturbo; mettere in ordine i miei francobolli del Vaticano e spolverarne i volumi, in attesa della lezione di greco delle quattordici al Fusari.
I contro: fare un passo in più verso la mia lenta trasformazione in animale non-sociale che è iniziata da qualche anno; ascoltare mia figlia mentre mi redarguisce perché mi sto lasciando andare, perché la casa non è in ordine, perché non ho più amici, perché indosso sempre lo stesso pigiama, perché non mi rado da più di un mese, perché in sala c’è puzza di sigarette, e via dicendo; andare contro il parere dell’ortopedico che mi consiglia almeno una camminata al giorno.
Quando faccio il gioco della bilancia, alla fine devo uscire per coerenza, quindi non ci casco spesso.
Così mi sono rasato, ho fatto un bagno, indossato il mio vecchio principe di Galles, lucidato le mie scarpe, avvisato mia figlia che oggi non deve passare. Ne era felice, non tanto per il suo impegno sfumato, credo, quanto per avermi sentito ‘vivo’. Se mi avesse visto con addosso l’abito e il cappello di feltro, avrebbe certamente sorriso con gli occhi lucidi.
Ora eccomi qua, in via Milano, alle nove del mattino, sotto un sole velato grigio, davanti al piccolo market, dal quale entrano ed escono soprattutto asiatici o africani, donne con sari colorati che portano in braccio bambini dagli occhi grandi e curiosi. Il profumo della frutta nelle cassette esterne mi fa aprire un pensiero strano: farmi una lunga camminata fino al Liceo Arnaldo, per rivedere luoghi ormai sbiaditi nei ricordi, rivivere emozioni di passeggio dimenticate da molte stagioni.
So che i miei alunni non ci sono più, ma potrei respirare un'altra volta l’aria del cortile, fare due chiacchiere con il nuovo preside, o anche solo entrare per ascoltare l’eco dei miei passi sotto il loggiato interno. Non so quanto tempo mi occorrerà per arrivarci con le mie gambe, ma sento che ne vale la pena. Al ritorno prenderò il dodici.
Corso Garibaldi è pulito finalmente, sembra addirittura più largo, come il mio viso di vecchio, dopo aver rasato la barba grigia di qualche mese, appare più sano. Bresciani pochi, per tutta la lunghezza del corso li posso contare sulle dita di una mano. Alla fine, tra Via Mameli e Via Pace, scelgo la seconda, nella speranza di incrociare padre Giulio Cittadini, che oggi avrà ottantacinque anni se è ancora vivo.
Un decennio di differenza mi ha evitato la guerra, ma avrei voluto essere al suo fianco nella brigata settantasei. Invece siamo stati solamente colleghi al Liceo e, per quanto mi riguarda, ho sempre provato una stima profonda per lui, per il suo modo di parlare senza eccessi, per il suo farsi voler bene da tutti. Passo davanti all’entrata dell’oratorio, do uno sguardo veloce all’interno, ma continuo a camminare. Sarei potuto entrare a chiedere di lui ma, se mi avessero detto che non c’è più, una tristezza densa avrebbe rovinato la mia passeggiata. Lo farò un’altra volta.
Continuo fino alla chiesa di San Francesco, mi fermo a contare i petali del rosone: sono ancora diciotto. Sorrido, mi accendo una sigaretta, sorpreso di non averne ancora fumata una, poi entro in Corso Palestro, dove inizia un movimento di visi nostrani, che mi rende in qualche modo più sereno e me ne chiedo il perché, scoprendo di essere un uomo davvero comune.
Il mio procedere lento, come una transumanza, mi permette di respirare tutti i profumi e riconoscere i rumori che escono dai bar, dove la gente sta facendo colazione. Cornetti alla crema o alla marmellata, latte caldo e caffè, tintinnio di cucchiaini sulle tazzine, macinacaffè che graffiano l’aria e costringono ad alazare le voci, l’orchestra mattutina che sempre mi dava la sensazione di appartenere a una grande famiglia di formiche indaffarate.
Continuo fino ai giardini del Conservatorio e decido di farci un giro, prima di entrare nel portone della mia scuola. Finora mi sembra l’unica zona uguale a se stessa.
Mi siedo su una panchina, sotto una finestra che manda note di pianoforte. Rimpiango di non essermi portato il libro, ma mi rendo conto che va bene così, poiché posso ascoltare meglio Gymnopédie , ad occhi chiusi, mentre la stanchezza delle gambe mi crea formicolii interessanti, che non vivevo da tempo.
Quando mi risveglio sono le quattordici e trenta. La lezione di Fusari è andata in fumo. Avranno pensato che sono morto.
Cammino fino alla fermata del dodici, ragionando su cosa raccontare a mia figlia, ai vigili del fuoco che sicuramente avranno sfondato la porta.
Ma sono vivo oggi, e sorrido.
Fausto
ex professore
anni 75
Fotografie di Eros Mauroner.