Insegnante
Agostino, cercatore ... di pietre (racconto breve)
“Il Creatore, quando fece il mondo, disseminò pietre e sassi
per tutto il Pianeta Azzurro; poi si accorse che ne aveva dimenticata una buona
quantità in una tasca della sua divina tonaca e allora decise di lanciarle alla
cieca sulle alte colline alle falde del monte Fiore, a poca distanza dal Gran
Sasso, in quella parte del mondo che in seguito si sarebbe chiamata Abruzzo.
Ecco perché il campo di Agostino era così terribilmente pietroso”. Agostino
amava ripetere a se stesso questa storiella, immaginandola un mito della
creazione. E intanto spietrava, spietrava il suo campo che sembrava avere solo qualche
pizzico di terra bruna in mezzo a tanti sassi di ogni tipo: tondi, ovali,
aguzzi, piatti, finanche quadri; e sovente belli grossi. Sudava e borbottava mentre
zappava, raschiava il suolo col forcone, col rastrello faceva cumuli e cumuli
che poi caricava sulla carriola e scaricava su quella che era diventata una
vera e propria montagnetta biancastra.
E dire che non era mai stato un contadino; per un uomo di
penna come lui quel lavoro era a dir poco spossante; ma non demordeva, per
quanto non fosse certo un giovane col fisico scolpito da corsa e palestra, o un
maturo ortolano dalla mano ruvida e pesante. Certo con un trattore o
addirittura una ruspa il lavoro sarebbe stato più facile…ma chi glieli dava i
motori? O come avrebbe potuto noleggiare
operai e macchine? Aveva speso tutti i suoi risparmi in quella casetta di
campagna e nella poca terra che c’era attorno.
Un vicino, un vecchio contadinone gigantesco e forzuto, dall’aria vispa
e dagli occhi furbetti, lo prendeva bonariamente in giro: - Ma non vedi che è
un lavoro inutile? Sotto alle pietre
troverai solo altre pietre, sempre più grosse; e quando ti sembrerà che la
terra è bella e marrone come Dio
comanda, la prima pioggia ricaccerà
altri sassi. Perché non semini lo stesso come tutti gli altri? Le piante
dell’orto nascono da tutte le parti, basta curarle - . Ma Agostino non voleva
saperne e spietrava, spietrava, spietrava come ipnotizzato. Al posto delle
vesciche alle mani ora aveva i calli, le sue braccia sembravano più forti. E
poi per millenni gli antichi agricoltori avevano spietrato finanche i pendii
della Majella…non capiva perché un lavoro fatto per secoli e secoli da gente
che la sapeva lunga dovesse essere etichettato come “fatica inutile”. E poi chi
la dura la vince.
Agostino aveva lavorato tutta la vita dietro una scrivania;
non amava quell’impiego, ma primum
vivere, deinde philosophari: bisognava guadagnarsi la pagnotta. Tuttavia,
vicino ormai allo scollinamento dei sessant’anni, aveva deciso di farsi
assegnare il part time in ufficio e
darsi un po’alla vita di campagna. Non aveva più velleità di promozione, era
ancora troppo “giovane” per la pensione ma già troppo vecchio per continuare a
sopportare quelle aride carte, quello schermo anonimo, ma soprattutto quell’ambiente
di lavoro così gretto e materialone; le colleghe donne poi, ormai in larga
maggioranza, erano grevi e di grana grossa ancor più degli uomini. Bell’affare
il femminismo…negli anni ’70 dicevano che avrebbero cambiato il mondo con la pace e l’amore; guardale ora: pensano
come ragionieri irragionevoli,
parlano e fumano come avvocati bugiardi, vestono da camionisti. Ma tant’è, il
mondo è cambiato. Agostino dava giù di pala e pensava ai tanti torti subiti
dentro quella prigione di pc, scrivania, carte e ipocrisia; ma sì, meglio le maledettissime
pietre.
Il lavoro manuale non è sempre un toccasana per la mente; dicono
che aiuti a distrarsi, ma mentre fatichi o canti gli spirituals come i neri nei campi di cotone dell’Alabama o pensi,
pensi e ripensi; mentre tirava su sassi gli tornavano alla mente tanti episodi
della sua vita, e tutti si concludevano con la stessa lapidaria riflessione:
poteva andare meglio. Agostino non era mai stato un autoreferenziale, sempre
coi riflettori puntati su se stesso: sapeva che nel mondo c’erano gli altri,
una prateria di mani più o meno sofferenti che si protendevano verso l’alto;
ecco perché non si autocommiserava mai. Ma diavolo… era venuto su con una buona
mente, un discreto fisico, un carattere spiritoso e sensibile; possibile che la
vita non aveva saputo dargli di più? Eppure in sessant’anni aveva visto torme e
torme di mediocri che lo avevano scavalcato in tutto: amore, lavoro, posizione
sociale e realizzazione personale; c’era ancora chi alla sua età circuiva belle
trentenni e si baloccava con i macchinoni e la pesca subacquea, con figli ormai
stagionati e realizzati. E lui lì, solo come un cane campagnolo alla catena, a
far ombra con zappa e rastrello. E mentre guardava terra sassi e rami secchi
rimuginava: “Signore, nella tua parabola evangelica sono gli uomini a
sotterrare i loro talenti; perché Tu hai voluto sotterrare i miei? Eppure non
erano da buttar via”. Una sigaretta tra un sospiro e un’imprecazione soffocata
sul nascere e di nuovo a darci dentro con vanga forcone rastrello.
Si erano fatte ormai le otto della sera, e il sole impietoso
di quei torridi pomeriggi estivi dava ormai tregua; e anche la campagna si
faceva più bella, con quei verdissimi filari di carpini che attraversavano le
erbe riarse dei maggesi come serpentoni sereni. Finanche le pietre cambiavano
colore: il bianco luccicante della roccia calcarea si faceva più brunito. Ed
ecco che…ma guarda un po’ quella pietra, è a forma…di cuore! Si chinò
pesantemente a raccoglierla: a quell’ora la schiena ormai protestava. Se la
passò più volte tra le mani…era un cuore, proprio un cuore. Certo imperfetto,
ma pur sempre un cuore. Magari una limatina un po’ qua, un po’ là, ed ecco un cuore di pietra. Simpatico, lo darò a
Sonia, la dolce nipotina diciottenne; cosa me ne faccio io di un cuoricino
partorito da una pietraia di alta collina? Ma nel mentre gli spuntava una
lacrimuccia, che dovette immediatamente soffocare con un bah, ma via… perché un uomo della sua età la lacrimuccia non poteva
permettersela. E via zitto a fare la doccia.
La notte porta…scompiglio: Agostino non riusciva a prender
sonno al pensiero di quella pietra, che qualche ora prima aveva gettato con
noncuranza in un angolo della casa insieme alle scarpacce da lavoro. Girarsi e
rigirarsi nel letto, un bicchiere d’acqua…ma certo! Come aveva fatto a non
pensarci prima? Era un messaggio, un Suo
messaggio… il Creatore ti parla per
sensibilia, attraverso le piccole cose: l’aveva anche letto su un libro di
teologia divulgativa. Non reggeresti se ti apparisse una sua testimonianza anche
in sogno, e allora non può far altro che parlarti per simboli, per piccoli e
apparentemente insignificanti simboli… Quel cuore di sasso era per te, proprio
nel momento in cui ti sentivi più arido e sprecato in quella campagna riarsa.
Un caso? Mai creduto nel caso, c’è
sempre una mano invisibile che vi si cela dietro. Agostino non era mai stato un
gran che come spiritualità, ma quando si toccavano certe corde si scioglieva
come un ghiacciolo al sole di ferragosto. Ma basta, adesso che fai, il Ciàula scopre la luna dei poveri? Un
altro bah, ma via, questa volta senza
lacrimuccia, sostituita dal suo solito profondo russare.
La mattina dopo era di nuovo al campo: non doveva andare al
lavoro, aveva approfittato dello sciopero – inutile ma prezioso per togliersi
di torno almeno per un giorno quelle vajasse
– per farsi un po’ i fatti suoi. Inutile dire che aveva dimenticato
cuoricino, lacrimuccia e scemenze varie e si avviava al suo campicello
pietroso; d’altronde s’abbronzava anche un po’ e faceva esercizio fisico; del
resto non gli importava nulla di andare al mare, non aveva mai sopportato la
vita di spiaggia, con quelle specie di elefanti marini sui lettini che non
muovono il sedere per ore. Uno, due, tre colpi di zappa: con gli occhiali da
sole i sassi a forma di cuore si vedono subito…eccone un altro! Lo prese, se lo
passò tra le mani, lo ripulì dalla polvere con le dita…un cuore! Ok, ci vuole
un po’ di fantasia, non è proprio perfetto, ma è un cuore. Che importa che sia imperfetto?
Io ci vedo un cuore, va bene? E’ Lui, è Lui che vuole comunicarmi il suo
affetto, che vuol dirmi che non sono solo, che anche a sessant’anni c’è una
speranza di rivincita. D’altronde il tempo non esiste, è una categoria fatta
per noi poveri mortali in castigo su questa pallina da biliardo chiamata Terra.
E proprio la terra mi ha risposto…
Il pomeriggio seguente era di nuovo sul campo: aveva
inventato una scusa per iscritto per non andare ad uno di quei pallosi e
inutili corsi di aggiornamento fatti di espressioni international british che dicono tutto e non dicono niente, e che
soprattutto rimangono aria fritta che nessuno riesce a mettere in atto. Solita
ipocrisia. L’antidoto: la verità, la nuda terra, le pietre. Quel pomeriggio
erano in tre: lui, il sole a picco, la terra riarsa. In più gli occhiali da
sole, che ti fanno discernere meglio. E in men che non si dica…un altro cuore
pietroso, questa volta più grande. Passa un’oretta, ed eccone un altro. Il
giorno dopo altri due…era una prova. Non era mai stato uno spirituale, ma ora gli sembrava tutto chiaro, lampante: Lui è qui,
anche se tu non lo cerchi, anche se l’hai dimenticato. E ti ama. Ti ha fatto
fare una vita insulsa per motivi che non potresti capire, ma ti offre la
rivincita. Questa volta non sei solo, sei il bambino maltrattato dai bulletti
di periferia che ora si presenta con lo zio gigantesco dal sigaro in bocca che
lo difende. Chi ti toccherà più? Ma quando questa rivincita, se sei già
vecchio? Vuoi forse tornare a vent’anni? Eh no…ora ti è chiaro che il tempo non
esiste, in questa o nell’altra Vita, o magari in entrambe; tu potrai dimostrare
chi sei, potrai dissotterrare i tuoi talenti. Magari se scavi un po’ di più
trovi il tesoro dei pirati abruzzesi… Lo so, l’ironia non mi molla mai, ma ora
ho la certezza di avere un presente e un futuro, nonostante tutto. Per il
“mondo” sono un povero pirla che spietra un campo per hobby, ma per Lui sono
uno che ricomincia a vivere, magari proprio da un’attività apparentemente
insulsa come pulire un campo dai sassi per renderlo coltivabile. Del resto, chi
può dire cosa è valido e vincente e cosa no? Agli occhi del mondo contano solo
il successo, i soldi, le belle donne, ma noi esseri umani siamo troppo limitati
per capire cosa vale veramente. E poi sono trecento anni che ci raccontano la
gran balla che conta solo ciò che si vede, la punta della punta dell’iceberg
dell’essere. La verità è che oltre il nostro naso vediamo solo nebbia, e che
siamo incapaci di aguzzare gli occhi per percepire quel che si cela oltre
l’apparenza, o troppo impazienti per aspettare che la nebbia si diradi per
mostrarci la vera essenza.
Ora Agostino era contento: quei cuoricini erano un messaggio
per Lui e per tanti altri. Avrebbe continuato a dare la caccia alle pietre a
forma di cuore per regalarle ad altri più sfortunati di lui: ad Ugo che da
cinque anni languiva su una sedia a rotelle, a Fausta che viveva da sola senza
mai una gioia e annegava la sua solitudine nei grappini, a Luca che nonostante
tanti sforzi non era mai riuscito a trovare un lavoro degno di questo nome, a
Sara pluridivorziata e sempre inutilmente in cerca d’amore. Bastava tendere
l’orecchio, anzi la vista, anzi gli occhiali da sole per trovare un Suo
messaggio. Lui non ci ha dimenticati, siamo noi i sordi e i ciechi. Ma ci vuole
maggiorenni e pronti ad agire, anche se siamo deboli: non ci dà cuori perfetti,
ma magari spigolosi e sghembi. Sono sassi, spetta a noi limarli, lucidarli,
magari dipingerli per farli compiuti. Lui ci vuole pronti a capire ed operosi
nell’agire; che merito avremmo se facesse tutto Lui al nostro posto? Lo zio
gigante col sigaro in bocca serve solo a dar fiducia al bambino mingherlino,
che finalmente avrà il coraggio di suonarle ai bulletti di periferia senza che lo
zione muova un dito, limitandosi a scrollare sorridente la cenere dal sigarone.
E Agostino ora continua ogni giorno a cercare sassi a forma
di cuore e a regalarne in giro. E ringrazia Dio – è proprio il momento di
nominarlo – di averlo fatto Agostino: sfortunato ma pronto a ripartire col rastrello tra i denti. Quell’ombra al
sole del pomeriggio infuocato gli sembra doppia. E giura davanti a tutti che è
proprio così. E si è fatto anche una mitologia personale: “il Creatore, dopo il
Diluvio universale, volle seminare pietre a forma di cuore per comunicare agli
uomini, tornati a ripopolare la Terra, che lui è sempre lì, accanto a noi, e
che desidera che trasformiamo quei cuori sghembi di pietra in veri cuori di
carne, attivi e pulsanti per sempre”.