Lorenzo Ricciuti

Insegnante

Agostino, cercatore ... di pietre (racconto breve)

2022-07-26 15:20:24

“Il Creatore, quando fece il mondo, disseminò pietre e sassi

per tutto il Pianeta Azzurro; poi si accorse che ne aveva dimenticata una buona

quantità in una tasca della sua divina tonaca e allora decise di lanciarle alla

cieca sulle alte colline alle falde del monte Fiore, a poca distanza dal Gran

Sasso, in quella parte del mondo che in seguito si sarebbe chiamata Abruzzo.

Ecco perché il campo di Agostino era così terribilmente pietroso”. Agostino

amava ripetere a se stesso questa storiella, immaginandola un mito della

creazione. E intanto spietrava, spietrava il suo campo che sembrava avere solo qualche

pizzico di terra bruna in mezzo a tanti sassi di ogni tipo: tondi, ovali,

aguzzi, piatti, finanche quadri; e sovente belli grossi. Sudava e borbottava mentre

zappava, raschiava il suolo col forcone, col rastrello faceva cumuli e cumuli

che poi caricava sulla carriola e scaricava su quella che era diventata una

vera e propria montagnetta biancastra.



E dire che non era mai stato un contadino; per un uomo di

penna come lui quel lavoro era a dir poco spossante; ma non demordeva, per

quanto non fosse certo un giovane col fisico scolpito da corsa e palestra, o un

maturo ortolano dalla mano ruvida e pesante. Certo con un trattore o

addirittura una ruspa il lavoro sarebbe stato più facile…ma chi glieli dava i

motori? O    come avrebbe potuto noleggiare

operai e macchine? Aveva speso tutti i suoi risparmi in quella casetta di

campagna e nella poca terra che c’era attorno. 

Un vicino, un vecchio contadinone gigantesco e forzuto, dall’aria vispa

e dagli occhi furbetti, lo prendeva bonariamente in giro: - Ma non vedi che è

un lavoro inutile? Sotto alle pietre

troverai solo altre pietre, sempre più grosse; e quando ti sembrerà che la

terra è bella e marrone come Dio

comanda, la prima pioggia ricaccerà

altri sassi. Perché non semini lo stesso come tutti gli altri? Le piante

dell’orto nascono da tutte le parti, basta curarle - . Ma Agostino non voleva

saperne e spietrava, spietrava, spietrava come ipnotizzato. Al posto delle

vesciche alle mani ora aveva i calli, le sue braccia sembravano più forti. E

poi per millenni gli antichi agricoltori avevano spietrato finanche i pendii

della Majella…non capiva perché un lavoro fatto per secoli e secoli da gente

che la sapeva lunga dovesse essere etichettato come “fatica inutile”. E poi chi

la dura la vince.



Agostino aveva lavorato tutta la vita dietro una scrivania;

non amava quell’impiego, ma primum

vivere, deinde philosophari: bisognava guadagnarsi la pagnotta. Tuttavia,

vicino ormai allo scollinamento dei sessant’anni, aveva deciso di farsi

assegnare il part time in ufficio e

darsi un po’alla vita di campagna. Non aveva più velleità di promozione, era

ancora troppo “giovane” per la pensione ma già troppo vecchio per continuare a

sopportare quelle aride carte, quello schermo anonimo, ma soprattutto quell’ambiente

di lavoro così gretto e materialone; le colleghe donne poi, ormai in larga

maggioranza, erano grevi e di grana grossa ancor più degli uomini. Bell’affare

il femminismo…negli anni ’70 dicevano che avrebbero cambiato il mondo con la pace e l’amore; guardale ora: pensano

come ragionieri irragionevoli,

parlano e fumano come avvocati bugiardi, vestono da camionisti. Ma tant’è, il

mondo è cambiato. Agostino dava giù di pala e pensava ai tanti torti subiti

dentro quella prigione di pc, scrivania, carte e ipocrisia; ma sì, meglio le maledettissime

pietre.



Il lavoro manuale non è sempre un toccasana per la mente; dicono

che aiuti a distrarsi, ma mentre fatichi o canti gli spirituals come i neri nei campi di cotone dell’Alabama o pensi,

pensi e ripensi; mentre tirava su sassi gli tornavano alla mente tanti episodi

della sua vita, e tutti si concludevano con la stessa lapidaria riflessione:

poteva andare meglio. Agostino non era mai stato un autoreferenziale, sempre

coi riflettori puntati su se stesso: sapeva che nel mondo c’erano gli altri,

una prateria di mani più o meno sofferenti che si protendevano verso l’alto;

ecco perché non si autocommiserava mai. Ma diavolo… era venuto su con una buona

mente, un discreto fisico, un carattere spiritoso e sensibile; possibile che la

vita non aveva saputo dargli di più? Eppure in sessant’anni aveva visto torme e

torme di mediocri che lo avevano scavalcato in tutto: amore, lavoro, posizione

sociale e realizzazione personale; c’era ancora chi alla sua età circuiva belle

trentenni e si baloccava con i macchinoni e la pesca subacquea, con figli ormai

stagionati e realizzati. E lui lì, solo come un cane campagnolo alla catena, a

far ombra con zappa e rastrello. E mentre guardava terra sassi e rami secchi

rimuginava: “Signore, nella tua parabola evangelica sono gli uomini a

sotterrare i loro talenti; perché Tu hai voluto sotterrare i miei? Eppure non

erano da buttar via”. Una sigaretta tra un sospiro e un’imprecazione soffocata

sul nascere e di nuovo a darci dentro con vanga forcone rastrello.



Si erano fatte ormai le otto della sera, e il sole impietoso

di quei torridi pomeriggi estivi dava ormai tregua; e anche la campagna si

faceva più bella, con quei verdissimi filari di carpini che attraversavano le

erbe riarse dei maggesi come serpentoni sereni. Finanche le pietre cambiavano

colore: il bianco luccicante della roccia calcarea si faceva più brunito. Ed

ecco che…ma guarda un po’ quella pietra, è a forma…di cuore! Si chinò

pesantemente a raccoglierla: a quell’ora la schiena ormai protestava. Se la

passò più volte tra le mani…era un cuore, proprio un cuore. Certo imperfetto,

ma pur sempre un cuore. Magari una limatina un po’ qua, un po’ là, ed ecco un cuore di pietra. Simpatico, lo darò a

Sonia, la dolce nipotina diciottenne; cosa me ne faccio io di un cuoricino

partorito da una pietraia di alta collina? Ma nel mentre gli spuntava una

lacrimuccia, che dovette immediatamente soffocare con un bah, ma via… perché un uomo della sua età la lacrimuccia non poteva

permettersela. E via zitto a fare la doccia.



La notte porta…scompiglio: Agostino non riusciva a prender

sonno al pensiero di quella pietra, che qualche ora prima aveva gettato con

noncuranza in un angolo della casa insieme alle scarpacce da lavoro. Girarsi e

rigirarsi nel letto, un bicchiere d’acqua…ma certo! Come aveva fatto a non

pensarci prima? Era un messaggio, un Suo

messaggio… il Creatore ti parla per

sensibilia, attraverso le piccole cose: l’aveva anche letto su un libro di

teologia divulgativa. Non reggeresti se ti apparisse una sua testimonianza anche

in sogno, e allora non può far altro che parlarti per simboli, per piccoli e

apparentemente insignificanti simboli… Quel cuore di sasso era per te, proprio

nel momento in cui ti sentivi più arido e sprecato in quella campagna riarsa.

Un caso?  Mai creduto nel caso, c’è

sempre una mano invisibile che vi si cela dietro. Agostino non era mai stato un

gran che come spiritualità, ma quando si toccavano certe corde si scioglieva

come un ghiacciolo al sole di ferragosto. Ma basta, adesso che fai, il Ciàula scopre la luna dei poveri? Un

altro bah, ma via, questa volta senza

lacrimuccia, sostituita dal suo solito profondo russare.



La mattina dopo era di nuovo al campo: non doveva andare al

lavoro, aveva approfittato dello sciopero – inutile ma prezioso per togliersi

di torno almeno per un giorno quelle vajasse

– per farsi un po’ i fatti suoi. Inutile dire che aveva dimenticato

cuoricino, lacrimuccia e scemenze varie e si avviava al suo campicello

pietroso; d’altronde s’abbronzava anche un po’ e faceva esercizio fisico; del

resto non gli importava nulla di andare al mare, non aveva mai sopportato la

vita di spiaggia, con quelle specie di elefanti marini sui lettini che non

muovono il sedere per ore. Uno, due, tre colpi di zappa: con gli occhiali da

sole i sassi a forma di cuore si vedono subito…eccone un altro! Lo prese, se lo

passò tra le mani, lo ripulì dalla polvere con le dita…un cuore! Ok, ci vuole

un po’ di fantasia, non è proprio perfetto, ma è un cuore. Che importa che sia imperfetto?

Io ci vedo un cuore, va bene? E’ Lui, è Lui che vuole comunicarmi il suo

affetto, che vuol dirmi che non sono solo, che anche a sessant’anni c’è una

speranza di rivincita. D’altronde il tempo non esiste, è una categoria fatta

per noi poveri mortali in castigo su questa pallina da biliardo chiamata Terra.

E proprio la terra mi ha risposto…



Il pomeriggio seguente era di nuovo sul campo: aveva

inventato una scusa per iscritto per non andare ad uno di quei pallosi e

inutili corsi di aggiornamento fatti di espressioni international british che dicono tutto e non dicono niente, e che

soprattutto rimangono aria fritta che nessuno riesce a mettere in atto. Solita

ipocrisia. L’antidoto: la verità, la nuda terra, le pietre. Quel pomeriggio

erano in tre: lui, il sole a picco, la terra riarsa. In più gli occhiali da

sole, che ti fanno discernere meglio. E in men che non si dica…un altro cuore

pietroso, questa volta più grande. Passa un’oretta, ed eccone un altro. Il

giorno dopo altri due…era una prova. Non era mai stato uno spirituale, ma ora gli sembrava tutto chiaro, lampante: Lui è qui,

anche se tu non lo cerchi, anche se l’hai dimenticato. E ti ama. Ti ha fatto

fare una vita insulsa per motivi che non potresti capire, ma ti offre la

rivincita. Questa volta non sei solo, sei il bambino maltrattato dai bulletti

di periferia che ora si presenta con lo zio gigantesco dal sigaro in bocca che

lo difende. Chi ti toccherà più? Ma quando questa rivincita, se sei già

vecchio? Vuoi forse tornare a vent’anni? Eh no…ora ti è chiaro che il tempo non

esiste, in questa o nell’altra Vita, o magari in entrambe; tu potrai dimostrare

chi sei, potrai dissotterrare i tuoi talenti. Magari se scavi un po’ di più

trovi il tesoro dei pirati abruzzesi… Lo so, l’ironia non mi molla mai, ma ora

ho la certezza di avere un presente e un futuro, nonostante tutto. Per il

“mondo” sono un povero pirla che spietra un campo per hobby, ma per Lui sono

uno che ricomincia a vivere, magari proprio da un’attività apparentemente

insulsa come pulire un campo dai sassi per renderlo coltivabile. Del resto, chi

può dire cosa è valido e vincente e cosa no? Agli occhi del mondo contano solo

il successo, i soldi, le belle donne, ma noi esseri umani siamo troppo limitati

per capire cosa vale veramente. E poi sono trecento anni che ci raccontano la

gran balla che conta solo ciò che si vede, la punta della punta dell’iceberg

dell’essere. La verità è che oltre il nostro naso vediamo solo nebbia, e che

siamo incapaci di aguzzare gli occhi per percepire quel che si cela oltre

l’apparenza, o troppo impazienti per aspettare che la nebbia si diradi per

mostrarci la vera essenza.



Ora Agostino era contento: quei cuoricini erano un messaggio

per Lui e per tanti altri. Avrebbe continuato a dare la caccia alle pietre a

forma di cuore per regalarle ad altri più sfortunati di lui: ad Ugo che da

cinque anni languiva su una sedia a rotelle, a Fausta che viveva da sola senza

mai una gioia e annegava la sua solitudine nei grappini, a Luca che nonostante

tanti sforzi non era mai riuscito a trovare un lavoro degno di questo nome, a

Sara pluridivorziata e sempre inutilmente in cerca d’amore. Bastava tendere

l’orecchio, anzi la vista, anzi gli occhiali da sole per trovare un Suo

messaggio. Lui non ci ha dimenticati, siamo noi i sordi e i ciechi. Ma ci vuole

maggiorenni e pronti ad agire, anche se siamo deboli: non ci dà cuori perfetti,

ma magari spigolosi e sghembi. Sono sassi, spetta a noi limarli, lucidarli,

magari dipingerli per farli compiuti. Lui ci vuole pronti a capire ed operosi

nell’agire; che merito avremmo se facesse tutto Lui al nostro posto? Lo zio

gigante col sigaro in bocca serve solo a dar fiducia al bambino mingherlino,

che finalmente avrà il coraggio di suonarle ai bulletti di periferia senza che lo

zione muova un dito, limitandosi a scrollare sorridente la cenere dal sigarone.



E Agostino ora continua ogni giorno a cercare sassi a forma

di cuore e a regalarne in giro. E ringrazia Dio – è proprio il momento di

nominarlo – di averlo fatto Agostino: sfortunato ma pronto a ripartire col rastrello tra i denti. Quell’ombra al

sole del pomeriggio infuocato gli sembra doppia. E giura davanti a tutti che è

proprio così. E si è fatto anche una mitologia personale: “il Creatore, dopo il

Diluvio universale, volle seminare pietre a forma di cuore per comunicare agli

uomini, tornati a ripopolare la Terra, che lui è sempre lì, accanto a noi, e

che desidera che trasformiamo quei cuori sghembi di pietra in veri cuori di

carne, attivi e pulsanti per sempre”. 


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