Guido Zanchin

Founder Senior

  • 1614
Guido Zanchin

Founder Senior

Dare un nome alle emozioni: gli effetti sul cervello

2020-03-06 16:08:39

L'elaborazione cognitiva

Dare un nome alle emozioni attiva un’elaborazione cognitiva che sottrae la risposta emotiva al comando assoluto dell’istinto e dell’irrazionalità.

Cosa sono le emozioni? Sono risposte psico-corporee a situazioni che suscitano in noi avvicinamento (rabbia o gioia) o allontanamento (tristezza, disgusto…)

Intorno ai due anni il bambino sviluppa le prime forme di autocoscienza percependosi, ad esempio, come oggetto delle osservazioni altrui. Dal punto di vista comportamentale può essere sottolineato lo stadio che permette al bimbo di riconoscersi allo specchio: questo stadio rappresenta il punto cruciale, il bivio tra emozioni primarie e secondarie.

A partire da queste elementari emozioni in poi, in tutti noi si sviluppa la capacità di provare emozioni via via più complesse e, soprattutto, interdipendenti col contesto sociale e l’ambiente in cui cresciamo.

Il nostro modo di gestire le emozioni cambia: da reazioni “istintive” si modificano in risposte capaci di elaborazione cognitiva e di consapevolezza di ciò che proviamo noi e di ciò che provano gli atri.

Ecco che le emozioni non sono più risposte impulsive a sensazioni corporee ma veri e propri richiami che la nostra mente può utilizzare per prendere decisioni o per rendersi consapevole.

Come può succedere tutto questo?

Imparando, appunto, a dare un nome alle emozioni, in modo da renderle elaborabili cognitivamente ed accessibili alla comunicazione con gli altri.

         Perché, dunque, dare un nome alle emozioni?

Quanti di noi, di voi, hanno vissuto o almeno assistito al rito della conserva? Pomodori, marmellate, ogni genere di frutti e di verdure… Ma dopo mesi di “riposo” nei vasetti di vetro, se non le abbiamo “etichettate” dando, appunto, un nome ad ogni conserva, come le riconosciamo?

Etichettare, dare un nome alle emozioni per poterle riconoscere. Quando avvertiamo un senso di turbamento, il cuore che accelera un po' senza motivo, lo stomaco stringe un pochino. Rabbia? Ansia? Paura? Angoscia?

In questa situazione di attivazione fisiologica rimaniamo con un senso di confuso disagio che, per chi non sa denominare o riconoscere la propria vita emotiva, potrebbe risultare talvolta poco tollerabile, fino a spingerci a fare impulsivamente qualsiasi cosa per toglierci da questa insana condizione: mangiare, tenerci vicino il “bicchiere”, darsi allo shopping…comincio a spiegarmi?

Finché non impariamo a riconoscerle e dar loro un nome, rimaniamo “prigionieri” della parte più ancestrale del nostro cervello: il sistema limbico. Questa sarebbe la sede delle nostre risposte istintive o impulsive (attacco/fuga) messe in atto come reazioni d’allarme senza poterci ragionare sopra, come se il nostro organismo mettesse in atto una risposta automatica.

Gli uomini delle caverne ne traevano certamente grande vantaggio da questo sistema, avendo a che fare ogni giorno con belve e pericoli vari, ma noi uomini e donne d’oggi?

Le reazioni emotive che proviamo noi del terzo millennio, sono piuttosto provocate dalle relazioni sociali a cui partecipiamo, dai risultati che otteniamo, dai mille impegni che ci sovrastano o dal tempo libero che non sappiamo come impiegare.

Comincia ad essere chiara l’importanza di imparare a dare un nome ed a riconoscere le nostre emozioni per poterle gestire in questi nostri nuovi contesti di relazione e non di sopravvivenza?

                           Educare la vita emotiva

Quando siamo finalmente in grado di appiccicare un’etichetta a ciò che proviamo, di riconoscerlo chiaramente, il sistema limbico si depotenzia e si attivano aree cerebrali più “evolute” come quelle relative alla corteccia prefrontale. 

La sede del pensiero e del ragionamento è la corteccia cerebrale, dove le funzioni cognitive più complesse si realizzano e che rappresentano l’umana intelligenza.

Quando siamo in grado di riconoscere le nostre emozioni, di chiamarle per nome, le rendiamo leggibili a noi stessi, facendoci diventare consapevoli. Ciò ci permette di mantenere la giusta distanza da ciò che proviamo, diminuendone l’intensità, rendendola più tollerabile. 

                               Consiglio per agire

Saremo finalmente in grado di interpretare quel cuore che accelera, lo stomaco che stringe, l’ansia...e alla lunga non attiveremo più avvisi corporei così intensi.

Dar nome alle emozioni è fondamentale, a cominciare dallo sviluppo psicologico del bambino, ma purtroppo anche in moltissimi adulti: molti disagi, malesseri, inutili sofferenze, potrebbero essere risparmiate a tante persone che hanno poca conoscenza della propria vita emotiva. 

Imparare ad educarla è certamente una delle cose più importanti per raggiungere il tanto agognato benessere psicologico.