Giusy Gil Mammana Parisi

Il bibliotecario francese e altre storie: cap XIII

2019-06-21 17:36:20

Come promesso, ecco il prosieguo della storia, che in questo capitolo retrospettivo vedrà il professor Podger, direttore sanitario dell'Arcoiris, in tutto il suo splendore: ecco un caso di altruismo e buone opere che nascondono motivazioni impure. Ecco un'immagine da pixabay a rendere l'idea...

CAP. XIII parte prima

Prima di partire per i consueti mesi di volontariato, il professor Podger soleva essere ospite, in patria, di alcuni programmi televisivi locali. I media gli accordavano un'ottima pubblicità, presentando il coraggioso luminare della scienza, proprietario e direttore di una rinomata clinica privata inglese nonché Grande Maestro Internazionale di scacchi, in procinto di abbandonare, per qualche tempo, le comodità di una vita lussuosa per correre in soccorso di un popolo sfortunato.

Si sentì sollevato quando i due fratelli uscirono dal suo studio. Nonostante non credesse, sia pure giustamente, alla colpevolezza di Alberta, aveva elaborato la sua teoria e l'eventuale sbagliarsi gli sarebbe rincresciuto parecchio. Quale grande scienziato e mente brillante che s'era guadagnato il titolo di Grande Maestro Internazionale di scacchi non poteva assolutamente incorrere in equivoci. O almeno non più. Non come l'anno precedente, durante i suoi soliti tre mesi annui di volontariato. Ma perché gli eventi incresciosi dovevano verificarsi sempre nello stesso posto e sempre nel periodo dell'anno in cui c'era lui a dirigere il Centro? Fino a poco tempo addietro la sala degli infermieri non conteneva armadietti che potevano essere chiusi a chiave. La struttura non era ancora moderna come lo era attualmente. Le grandi migliorie erano state introdotte all'Arcoiris soltanto da poco, con il denaro delle beneficenze raccolto dalla fondazione durante gli ultimi mesi. I farmaci erano stati fino allora conservati tutti indistintamente nel magazzino del seminterrato, mentre ora vi venivano stipati soltanto i sieri per le flebo, contenuti in flaconi troppo grandi per occupare armadietti di ridotte dimensioni. Ma un brutto giorno era scomparsa dal magazzino un'intera partita di medicinali, la cui mancanza aveva arrecato gravi pregiudizi ad alcuni pazienti. Si trattava di farmaci a base di cannabis per la cura di svariate malattie neurodegenerative. Un infermiere americano, ritenuto da Podger colpevole del fatto, dato che il giorno della scomparsa delle confezioni avrebbe dovuto essere di turno in magazzino, era stato arrestato. Non avendo rinvenuto i medicinali durante la susseguente perquisizione di tutto quanto apparteneva all'americano, la polizia aveva supposto che l'infermiere li avesse venduti ai narcotrafficanti locali. Infatti, nei giorni che seguirono alla sparizione dei farmaci, alcuni agenti avevano rintracciato le confezioni in mano a svariati tossicodipendenti. Dunque per il malcapitato infermiere erano state formulate accuse di gravissima portata: furto aggravato dall'evento, configuratosi nel pregiudizio per i pazienti, e favoreggiamento del traffico di droga, che secondo le leggi del paese gli avrebbero fatto scontare una pena di almeno vent'anni di reclusione. Podger ricordava che il ragazzo, mentre la polizia lo portava via, si proclamava estraneo ai fatti, diceva che il giorno in cui erano scomparsi i medicinali non si era neppure avvicinato al magazzino, ma lui non ci aveva creduto. La spiegazione che si era dato e che aveva convinto la polizia calzava perfettamente. Podger aveva considerato il caso già chiuso ed era pronto a ritornare alla normalità, quando invece era sopravvenuto un inaspettato cambiamento.

CAP. XIII parte seconda

Una settimana dopo l'arresto del ragazzo, il portinaio notturno venezuelano, Héctor Salinas, gli aveva presentato un suo conoscente con la scusa di farlo assumere come portinaio diurno: un uomo singolare di origine francese, Augustus Lafayette, il bibliotecario di Habanita. Il regolamento amministrativo della fondazione prevedeva però l'ammissione come volontario dell'Arcoiris soltanto di personale che avesse inviato agli Stati Uniti la propria candidatura, opportunamente vagliata. E come se non bastasse, non contemplava la figura del portinaio diurno. Con la luce del giorno il magazziniere riusciva tranquillamente a sorvegliare l'ingresso dell'Arcoiris pur dal seminterrato e preavvisare dell'arrivo di emergenze utilizzando una linea telefonica interna. Ma prima di riuscire a protestare e negare l'ingresso del nuovo arrivato al Centro, cacciando sia lui che Salinas per tale ardire, Podger aveva ricevuto una telefonata dalla Florida: era il dirigente della fondazione, che lo invitava ad accettare, qualora si fosse presentato all'Arcoiris, il bibliotecario di Habanita come parte dello staff e gli proibiva categoricamente di far parola con chiunque riguardo a qualunque attività dell'uomo. Pena l'immediata rimozione dall'incarico di direttore e l'interdizione a tale ufficio nel futuro. Dunque l'umile funzionario, ottimo amico del dirigente amministrativo della fondazione e magari di chissà quante altre personalità di spicco negli Stati Uniti, non era forse un semplice plebeo, come il gran professore lo avrebbe definito. Podger si era reso ben presto conto che l'enigmatico personaggio era arrivato lì solo per indagare sulla vicenda della sparizione dei farmaci, ma non capiva come mai ad Habanita svolgesse una professione per nulla rilevante come quella del bibliotecario. Quantomeno avrebbe dovuto essere il sindaco della città, se davvero era così influente. Fatto sta che nel giro di poche settimane il signor Lafayette era riuscito, chissà come, a far confessare il vero colpevole dell'accaduto, a rintracciare il denaro che i narcotrafficanti avevano pagato a quest'ultimo e a fare arrestare l'uno e gli altri con il conseguente rilascio dell'infermiere americano. Forse però il punto più curioso di tutta la faccenda fu il fatto che Lafayette aveva voluto lasciare il merito della risoluzione del caso al comandante della polizia civile di Habanita. Podger non riusciva a spiegarsene il motivo.

CAP. XIII parte terza

Ora non si sarebbe stupito se ben presto si fosse ritrovato tra i piedi quello strano personaggio. E la cosa lo metteva di malumore: in primo luogo perché un secondo errore da parte sua lo avrebbe ulteriormente indispettito e poi per il tempo che avrebbe dovuto dedicare a quel signore anziché al gioco degli scacchi. Proprio alle soglie del grande match che per la prima volta nella storia scacchistica si sarebbe tenuto nella capitale di quella sfortunata nazione. Già, evidentemente stanchi della miseria e dell'arretratezza imperanti nel paese, gli organi governativi avevano preso accordi con le federazioni scacchistiche di diversi Stati, in primo luogo con quella americana, affinché durante l'anno in corso la pittoresca La Floresta potesse ospitare il torneo internazionale. Il nuovo presidente della Repubblica sperava che in tal modo nel paese entrassero fondi consistenti, per via all'afflusso di un grande numero di turisti che sarebbero accorsi per assistere all'evento. Oltre naturalmente ai proventi destinati alle casse delle amministrazioni grazie a una percentuale, loro dovuta, delle quote di iscrizione al torneo dei giocatori. Questi ultimi, tranne qualche caso sporadico, sarebbero stati tutti stranieri, dato che i cittadini locali, generalmente troppo poveri per coltivare interessi che non portassero immediatamente pane sulla tavola, non avevano mai visto una scacchiera in tutta la loro vita e quand'anche così fosse stato, non avrebbero certo avuto di che pagare l'iscrizione al torneo e men che meno il viaggio verso la capitale, qualora residenti in una diversa città. Per quanto riguardava Habanita, l'unico cittadino a partecipare sarebbe stato il maestro di scuola, un giocatore non proprio di altissimo livello, ma una promettente speranza per la città. Il premio per il vincitore sarebbe consistito in una somma pari a diecimila dollari, stanziati quasi interamente dalla Federazione Scacchistica Internazionale. L'esimio professore aveva tutta l'intenzione di portarsi a casa il torneo, ma non certo perché avesse bisogno di quel denaro. Una volta vinto, avrebbe pubblicamente dichiarato la propria volontà di devolvere i diecimila dollari in beneficenza. Il beneficiario di tanta generosità doveva essere il presidio sanitario in cui svolgeva la funzione di direttore per tre mesi all'anno. E la fama e la popolarità di cui Podger già godeva in ambito mediatico si sarebbero ulteriormente accresciute, sia per l'ennesima conferma del titolo di Grande Maestro Internazionale di scacchi che per sfoggio di munificenza. 

All'Arcoiris, così come altrove, Podger vinceva con qualsiasi avversario avesse di fronte. L'unico giocatore davvero degno delle proprie capacità, veramente valido e temibile, era Trent McCallister. Ma neppure il medico californiano, per quanto brillante, era mai riuscito a batterlo. C'era arrivato vicino, però, almeno un paio di volte. Comunque, attraverso spettacolari acrobazie nella fase dei finali, il professore aveva sempre riportato belle vittorie. Podger avrebbe ritrovato Trent tra gli avversari nel torneo che si sarebbe svolto nella capitale di La Floresta entro qualche mese, perché anche il giovane internista vi si era iscritto. Non aveva dubbi sul fatto che i finalisti assoluti sarebbero stati loro due. I nomi dei partecipanti gli erano ben noti, in passato aveva già disputato partite con ognuno di loro e aveva sempre vinto. Nessuno con cui avesse mai giocato si eguagliava a lui, neppure Trent, che aveva la qualifica di Maestro Fide. Gli risultava che il giovane avesse battuto a scacchi gli stessi giocatori, anche se al di fuori di tornei internazionali. Quegli scacchisti erano personaggi provenienti da famiglie elitarie che conoscevano bene quella di Trent, rampollo di un casato molto prestigioso. Chissà come mai il medico californiano non aveva partecipato a nessuna olimpiade scacchistica né a tornei internazionali, almeno durante gli ultimi anni. Allora si sarebbero conosciuti come avversari finalisti già da molto tempo. Podger al Centro era stato ben contento di allenarsi con un giocatore brillante e degno di nota come il supervisore, perché gli permetteva di giocare ad alti livelli in vista del torneo imminente. Comunque, anche se Trent non era mai riuscito a batterlo, il professore era costretto ad ammettere con se stesso che gli dava parecchio filo da torcere. E nella remota e pressochè impossibile ipotesi in cui avesse vinto il torneo, non glielo avrebbe mai perdonato. Perché Archibald Podger arrivava sempre e ovunque primo, mai secondo. In ogni caso il pensiero di poter perdere non lo preoccupava mai seriamente e lo scacciava non appena si affacciava nella sua mente.

Tremate, tremate...le scacchiere son tornate!

Ma si potrebbe anche dire: "tutti ai piedi di Archibald Podger", ovvero il re nero degli scacchi (che oltre tutto vedete pure bello incoronato nell'immagine, lol!). 

Segue excursus sulle motivazioni impure delle buone opere.



Innanzi tutto, anche quest'ultima immagine postata proviene da pixabay, anzi, è una combinazione di due elementi raccolti a bella posta (ricordo che l'uso è del tutto libero da qualsivoglia diritto d'autore e commercializzabile).

Oggi avete conosciuto via flasback l'enigmatico bibliotecario, oltre all'avere assistito al ritorno in causa degli scacchi, i veri protagonisti della storia. Senza dimenticare Podger: quello che ci fa in una città come Habanita è puramente apparenza. Podger vuole primeggiare ovunque, in ogni campo e a tutti i costi e passare per abnegante e altruista luminare della scienza non fa che accrescere la sua fama mediatica. E' abituato a essere servito e riverito: per questo motivo al Centro Arcoiris occupa l'intero terzo piano dell'edificio, che ricorda il lusso a cui è abituato in Inghilterra, il paese dal quale proviene. Non gli importa nulla dei pazienti del Centro, Podger non sta lì per loro, a dispetto del fatto di visitarli e curarli, e neppure dei suoi colleghi (che dal suo punto di vista si definirebbero sottoposti). 

La questione delle motivazioni impure (che non si configurano unicamente nella superbia, l'orgoglio sfrenato e l'egocentrismo che in questo e-book sono rappresentati da Podger -e che più avanti vedrete in certa qual misura in un altro personaggio-, ma da qualunque motivazione poco pulita) in fatto di buone azione è qualcosa che ho imparato purtroppo soltanto con il tempo. Ma anche a fronte delle motivazioni migliori, le buone opere non sono in grado di salvare nessuno di noi. Gesù stesso le definì un panno lordato. Ovviamente Gesù non intendeva affatto dire che le buone opere non devono essere praticate, tutt'altro. Esse sono la conseguenza della fede, non ciò che crea quest'ultima. Solo Cristo salva. Noi restiamo esseri umani fallibili. Ricordare i 5 Sola della riforma protestante, proclamati da Lutero: solus Christus, sola gratia, sola scriptura, sola fide, SOLI DEO GLORIA.