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L'UOMO DI VITRUVIO
Se esiste un’opera di Leonardo da Vinci che è finita per diventare uno dei simboli del nostro tempo, essa è sicuramente l’Uomo Vitruviano, disegnato nei primi anni dell’ultimo decennio del XV secolo. Si potrebbe anche aggiungere che questa data, più o meno coincidente con quella della scoperta dell’America, si addica perfettamente alla natura intima dell’evocazione di aspettative future, nata al volgere di un’epoca, all’inizio, cioè, dell’età moderna.
UN CAPOLAVORO DI LEONARDO
L’Uomo Vitruviano si presenta con la sovrapposizione di arti orientati a diverse angolazioni ma simmetrici l’uno rispetto l’altro: la composizione non solo conferisce alla figura una dinamicità inaspettata, ma visualizza l’idea, tipicamente rinascimentale che l’uomo sia la “misura di tutte le cose”. Dello spazio e del tempo. Per questo, per come è concepito, l’uomo leonardesco ha in sé un’inalienabile aspirazione al futuro che non soltanto lo rende modernissimo, ma lo renderà sempre attuale.
Nonostante le dimensioni del foglio su cui è disegnato sono limitate (esattamente 34,3x24,5 cm), l’opera porta il segno indelebile delle scelte filosofiche ed artistiche di Leonardo.
L’idea di rappresentare l’uomo nudo a braccia aperte, inscritto nel cerchio, è allegoria dei codici medievali che descrivevano il rapporto tra l’uomo e l’universo (microcosmo e macrocosmo). Leonardo era attratto dalla problematica inerente le relazioni tra l’uomo e il cosmo, dove il primo deve essere considerato come “lo spettacolo più meraviglioso in questa scena del mondo” (De Hominis digitate, Giovanni Pico della Mirandola).
Grazie alla passione nel misurare tutte le parti del corpo e la conseguente antropometria acquisita, Leonardo condensò e sintetizzò nell’Uomo Vitruviano le sue conoscenze sulle proporzioni tanto da creare un modello per qualsiasi figura umana.
L’immagine nel quadrato e nel cerchio viene spiegata minuziosamente dal Maestro con una semplice frase: tanto apre l’omo né le braccia, quanto è la sua altezza, concetto espresso da Vitruvio nel terzo libro del De architecutura, dove la vera invenzione sta nell’aver immortalato l’uomo nelle figura del quadrato e in quella del cerchio che, invece, Vitruvio trattava sempre separatamente.
Per conformazione naturale, il centro del corpo umano è l’ombelico: se un uomo si sdraia sul dorso, con mani e piedi allargati il più possibile verso l’esterno, e si punta un compasso sul suo ombelico, il cerchio ideale che si formerà dalla rotazione del compasso sarà tangente all’estremità delle dita delle sue mani e dei suoi piedi. Il centro del quadrato, invece, è posto sul pube dell’uomo lungo il diametro del cerchio.
Leonardo sapeva che la metà anatomica del corpo umano corrispondeva al pube, e per capire l’enorme differenza d’impostazione e di profondità d’immagine fra il Maestro e presunti studi successivi, basterà confrontare il disegno, fin qui esaminato, con certe incisioni che illustrano le opere di Agrippa von Nettesheim, dove anche la figura umana inscritta nel quadrato considera l’ombelico come centro anatomico. Il disegno di Leonardo deve considerarsi come la prima tavola antropometrica corretta a rivoluzione dell’impostazione classica e di quella medievale nella rappresentazione del corpo umano.
Il disegno di Leonardo è anche qualcosa di più: è l’aspirazione a dimostrare visivamente quale “grande miracolo è l’uomo” (concetto di Ermete Trismegisto – fautore dell’ermetismo – riportato da Pico della Mirandola).
Un saluto a tutti.
Claudio Zanetti