Nicolò Dell'Arca già NICOLO' DE APVLIA. "L'opera d'arte come epifanìa". di Claudio Bandello
Testo redatto nel gennaio 2018 a Bologna.
Nicolò Dell'Arca già NICOLO' DE APVLIA. "L'opera d'arte come epifanìa".
Nicolò Dell'Arca già NICOLO' DE APVLIA. "L'opera d'arte come epifanìa".
Dal momento in cui l'opera "Il Compianto" di Nicolò dell'Arca viene riconosciuta dall' Unesco "patrimonio dell'umanità" ci si potrebbe, anche e a buon ragione, preoccupare di restituire l'ordine originario al gruppo scultoreo. I documenti che testimoniano dell'assetto originario della scena in oggetto sono da ricercare negli scritti di quella straordinaria figura magistrale che fu Francesco Arcangeli. La necessità di una ricollocazione fedele al progetto originario non costituirebbe solo un fatto di mera o presunta onestà intellettuale atta a scagionarci da un punto di vista morale, ne tanto meno, per quel che mi riguarda, una futile velleità narcisistica di un pugliese a Bologna. Qui i termini della questione chiederebbero un certo rigore analitico condotto sia sul piano linguistico che su di un piano più squisitamente drammaturgico, taumaturgico e demiurgico. La crucialità e l'intensità drammatica della scena giungerebbero ad una perturbante efficacia teatrale se le "linee degli sguardi" dei personaggi tornassero a definire quella che originariamente formava una griglia energetica, quella rete di relazioni di forte suggestione psichica e sensoriale, che nel primo rinascimento costituiva la "cifra stilistica" in essere che da Masaccio ed i primitivi giunge a forgiare il nuovo modello, quello dell'arte rinascimentale. Questi esiti formali nei primi del "Quattrocento", che in ambito bolognese vedono la bottega di Iacopo Della Quercia al centro di quella geografia concettuale tanto emblematica quanto "tratto distintivo" di quel crinale che separa "l'alto medioevo" dal "primo rinascimento" italiano, sono gli stessi esiti che saranno pietra miliare e per la formazione del Buonarroti meno che ventenne in fuga da Firenze, e per le influenze che la "scuola bolognese" ebbe in quella fucina identificata a posteriori col nome di Umanesimo. Capolavori risalenti al successivo rinascimento maturo grondano di questa peculiarità insita al modello rinascimentale fino a picchi di straordinario respiro ed alla portata di un'opera come " L'Adorazione dei Magi" di Leonardo Da Vinci, per esempio. La forte componente psichica che rende forme e corpi cangianti, come se la psiche in quanto membrana impressionabile necessariamente sfugge alla fissità della rappresentazione ponendo l'Uomo (altro che al centro dell'universo! Come ci raccontano per impacchettare il fenomeno una volta per tutte) al centro di un dramma, un dramma di carattere filosofico, lo stesso dramma che scaturisce dalla domanda che cos'è l'uomo. Alla stessa domanda che porta gli Alberti e i Pico Della Mirandola alle infinite dispute sulla superiorità o meno dell'umano all'angelico. Tra gli anfratti della gnosi di eredità ermetica, da Ermete Trismegisto e le "Tavole Smeraldine" e dottrina iniziatica di dantesca memoria si delinea un clima di straordinario fervore metafisico. Tra Donatello e Nicolò dell'Arca possiamo cogliere la quintessenza delle alchimie idiomatiche che animano il 400 italiano in materia di scultura. Alchimie che vedono la nascita della scienza come veivolo che informa e forma quella che venne assunta a posteriori come nozione di "Umanesimo". E di questo valore, "Il Compianto" trasuda. Anche se oggi lo straordinario capolavoro è privato di quella tensione semantica, per così dire tra componente entropica ed exotropica di cui originariamente vibrava. In quella disposizione congrua alla fisionomia corale, oltre che alla fisiognomia, per cui il gruppo di figure, accolte in Santa Maria della Vita, riacquisterebbe la luce originaria (per Luce si intende l'energia o la componente energetica e non l'illuminazione). L'"essere dentro" teatralmente, e la teatralità qui è un dato imprescindibile, produce percettivamente la condizione allucinata di vertigini tattili fluttuanti sui refratti epidermici dei corpi dove un senso di atemporalità latente e quadridimensionale si da e si svela con la sua umile struttura molecolare. Figure di terra, attraversate dall'afflato dell' invisibile densità degli sguardi altrettanto allucinati atti quasi a cristallizzarle, mentre loro, inequivocabilmente, invocano diritto di eternità. Claudio Bandello