“OCCUPAZIONE FISSA“, “DIRITTO AL LAVORO“, MA CHE CAVOLO SONO? PARLIAMO INVECE DI “OCCUPABILITY“, FA PIU' FIGO!!!

DI NUOVO? ANCORA LUI? POTETE ESSERE D'ACCORDO O NO CON QUELLO CHE DICE PERÒ NON È MAI BANALE. BRUNO DAGNINI, DIRIGENTE SCOLASTICO ED ANIMATORE DEL BLOG ETERONOMIASCOLASTICA.BLOGSPOT.COM

RICORDATE LO STUDENTE “CHOOSY“ DELLA FORNERO E LA NOIA DEL POSTO FISSO DI MARIO MONTI?

Come promesso di recente, in ampliamento del dizionario dei luoghi ingannevoli in inglese compatto, oggi parliamo di occupability, termine approssimativamente traducibile con l“italiano occupabilità, ma solo per rendere vagamente l“idea, ferma restando l“inevitabile perdita di significato che certe parole sensibili devono purtroppo subire nel passaggio dall“inglese all“italiano. L“occupability, da non confondersi con l“anacronistica “occupazione fissa“, spesso coniugata con un desueto “diritto al lavoro“ tipico dell“assistenzialismo statale, mira al superamento dello studente tradizionale, passivo e pretenzioso (choosy, direbbe la Fornero), convinto che un titolo di studio possa garantirgli un posto fisso (e magari a carico di un ente pubblico) come un tempo avveniva nelle società chiuse e protezionistiche. A questo arretrato quadro, in una moderna economia della conoscenza aperta al mercato e intenzionata a diventare la più competitiva del mondo, in ottemperanza alla strategia europea di Lisbona deve contrapporsi un nuovo soggetto più dinamico e flessibile, in perenne formazione, occupabile in vari modi, anche attraverso canali diversi dall“assunzione e dalla connessa, spesso ingiustificata retribuzione anteposta alla formazione. 

L“occupability, appunto, indica la capacità delle persone (o, per meglio dire, delle risorse umane) di essere occupate o di saper cercare attivamente, di trovare e di svolgere temporaneamente lavory (o lavoretty, o lavoricchy), e al limite di inventarsely, senza troppo gravare sul sistema e anzi adattandosi prontamente alle esigenze della collettivity (dagli stakeholder alle aziende, dalle aziende alle banche, dalle banche alle banche, e così via dinamicamente). Si riferisce dunque all“abilità di ottenere un impiego (un primo o un nuovo impiego) quando necessario, effettuando transizioni da una condizione di non lavoro a un“occupazione qualsiasi, o, viceversa, da un“attuale condizione di precariato a una successiva esperienza di disoccupatybility, da intendersi però non come licenziamento e/o perdita di reddito (come accade ai semplici povery), ma come positiva opportunità di crescita professionale, nel quadro (dinamico) di un processo di formazione continua orientato al miglioramento e all“acquisizione di ulteriore competency, per tutta la vyta (life learning). Insomma “basta con la noia del posto fisso“, come ha efficacemente teorizzato il senatore a vyta Monti.  

IL LABORATORIO DI OCCUPABILITA“ 🤔🤔🤔

Accrescere l’occupability è naturalmente un obiettivo prioritario delle politiche per l’occupazione dell“Unione europea, a cui sono diretti molti interventi cofinanziati dal Fondo sociale europeo (cofinanziati nel senso che il 50% ce lo mettiamo noi, mentre il restante 50%, cioè il presunto contributo europeo, è circa la metà del 100% che l“Italia dà all“UE per consentirle di fare, appunto, l“UE). Il che esalta l“importanza dell“obiettivo, dopo aver saputo che “ce lo chiede l“Europa“ e noi paghiamo per due volte. Ciò introduce un nuovo tema: il laboratorio di occupabilità. I laboratory di occupability sono infatti previsti dalla Buona Scuola, e precisamente dai commi 60 e 61 della legge 107/2015. Comma 60: “Per favorire lo sviluppo della didattica laboratoriale, le istituzioni scolastiche, anche attraverso i poli tecnico-professionali, possono dotarsi di laboratori territoriali per l’occupabilità attraverso la partecipazione, anche in qualità di soggetti cofinanziatori, di enti pubblici e locali, camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, università, associazioni, fondazioni, enti di formazione professionale, istituti tecnici superiori e imprese private...“

ED ECCO I MITICI “STAKEHOLDER“.

In altre parole: vengano avanti gli stakeholder, e tra questi non potevano mancare le mitiche imprese, per creare mitologiche sinergie tra pubblico e privato. E i privati “possono“ intervenire “anche“ in qualità di soggetti cofinanziatori. Anche sì. Ma anche sì vuole anche dire non necessariamente sì, e magari no. E ve lo dice uno che ha gestito vari progetti FSE, e sempre con sorpresina finale al momento del rendiconto. Dunque no. In modo tale che, ai sensi del comma 60, paghiamo noi per la terza volta. Il comma 61 dice invece che “i soggetti esterni che usufruiscono dell’edificio scolastico per effettuare attività didattiche e culturali sono responsabili della sicurezza e del mantenimento del decoro degli spazi“. Pure gli spazi (comprensivi di energia elettrica, supporto logistico e riscaldamento) si pigliano, “sti stakeholder, a sbafo. E che l“ultimo spenga almeno la luce e chiuda la porta. Nei laboratory di occupability gli studenti imparano comunque a destreggiarsi nella precarietà. Sarebbe offensivo dire che la scuola di stato li addestra (o istiga) a vivere di espedienti. Ma bisognerebbe anche ricordare che l“istruzione e l“educazione partono da presupposti diversi.  Insensibile a queste preoccupazioni, tuttavia, l“occupability continua ad allargarsi nei nostri istituti, occupando aule e laboratori, come una competency più promettente delle altre, a sua volta composta da un insieme di abilità e competenze minori, assetate di vita e di un lavoro che non c“è più. Ma ciò ci conduce nel mondo scintillante delle soft skill, per cui sarà necessario un post ad hoc.  

CONCLUSIONI

Che ne dite? Dagnini ha una visione troppo chiusa nei confronti del “nuovo“ che avanza? O il “nuovo“,fin“ora, ha prodotto ben poco di positivo? Si accettano pareri, opinioni e punti di vista differenti.