Massimo Filippo Maria Mariani Parmeggiani

UN CAFFE' CON LA SANDRELLI

2018-11-22 15:40:43

APPUNTI DI UN MACCHINISTA

Era l’ottantatre. anno di rabbia, amori e grandi delusioni. Dismessi i panni da operatore, vestivo quelli meno intellettuali e più comodi del macchinista. Renzo Rossellini jr, allora presidente della Gaumont Italiana aveva dato vita a una singolare scuola cinematografica. Una meteora.

 

In pochi avranno avuto l’opportunità di vedere Juke-Box, il film prodotto da quella scuola per l‘Opera Film, presente perfino al Festival di Venezia. Nel teatro accanto, giravano la “Chiave”.

 

Imbracciato un fascio delle ben note “cantinelle”, il martello morbidamente pendulo e disinvolto nell’altra mano – che non è possibile appenderlo alla cintura perché farebbe carpentiere: una cosa disdicevole nell’ambiente – tentai l’ingresso nel modo più semplice, dalla grande porta insonorizzata e semi aperta del teatro.

 

In effetti era banale e approssimativa come idea. Nei giorni che sopravvennero tentai nuovamente dalle cabriate, salendo fin sulle passarelle che in alto quadrettano il cielo di quei magici capannoni. Un luccicante lucchetto nuovo mi sbarrò di nuovo il passaggio,

 

Non funzionarono nemmeno i miei puerili tentativi di corrompere la sicurezza. D’altronde io offrivo della sconosciuta celluloide per la regia, tra gli altri di Carlo Carlei e Daniele Luchetti, priva di una qualsivoglia attrattiva.

 

Loro, invece avevano La Chiave! Una modesta delusione la mia in un millennio che ne avrebbe portate di ben più grandi. Allora accade. Accade una di quelle piccole magie dell’esistenza che taluni chiamano ‘il caso’.

 

Una minuscola farfalla dall’altra parte dell’oceano, che neppure sapeva della mia esistenza, sbatté all’improvviso le sue ali e quella microscopica onda d’urto si propagò nell’aria andando a cozzare proprio contro una delle lampade del set di Juke-box e, d’incanto, quella lampada si fulminò e si schiantò.

 

Trovarne un’altra, per una produzione che contava i centimetri di pellicola, non era cosa facile. Una pausa di lavorazione. Una pausa che richiede obbligatoriamente un caffè.

 

Il bar allora era di fronte all’attrezzeria. Caldo, senza zucchero, l’odore fragrante di qualcosa di lontano ed esotico. Mi volsi per posare la tazzina sul bancone. Lei era lì, poco distante da me. Una tuta di velluto, larga ed informe che avrebbe fatto apparire qualsiasi donna come l’assoluta negazione della sensualità.

 

 Credo che avvenne in quel momento. L’attimo che compresi il senso del fascino.  Quell’eterea, impalpabile ed inspiegabile sensazione che talune donne ammanta e attorno a loro si diffonde a prescindere d’ogni cosa.

 

Lei era Stefania Sandrelli icona e mito d’ogni uomo italiano. Mi guardò, io imbambolato come solo un uomo idiota può essere davanti a una donna.  Lei rise. Rise in quel suo modo scanzonato, bambinesco e malizioso, contenuto, pieno ed innocente.

 

Rise al suo interlocutore che mi era di spalle e mi rimase sconosciuto, come ogni altro avventore di quel momento, poiché in quel bar c’eravamo solo io e lei, illuminati dall’alto da un invisibile occhio di bue che da tutti ci isolava.

 

Rise perché era bella, consapevole  del suo fascino. Sembrava ingenua e forse non lo era. Molti avrebbero pagato argento per possedere la chiave del suo corpo, oro per possedere quella del suo cuore.

 

A me, invece, piace pensare che lei quel giorno rise soltanto per me, affinché un giorno potessi millantare d’aver preso un caffè insieme a lei, al bar  De Paolis.