Massimo Filippo Maria Mariani Parmeggiani

QUEI DUE AMANTI IN UNA MALEDETTA SERA DA CANI

2018-11-16 13:47:22

Una strada, curve...una interferenza

Quanti anni addietro non lo so, il tempo è una di quelle entità che mi è sempre sfuggita. So che tronavo dal lavoro, so che era sulla campagnese una strada di provincia dalle tante curve come fosse il corpo di una donna.

 

Ricordo anche che avevo il cellulare sotto controllo per motivi che non starò qui a raccontare ed era normale accadessero cose insolite sulla linea. Lo stavo usando mentre guidavo, a mia discolpa solo che sono romano e che siamo per natura ribelli. Dovevo chiamare qualcuno, non so se casa, un fornitore, l’architetto per il quale lavoravo.

 

Composi il numero sulla tastiera che ancora non sapevo utilizzare la rubrica e i numeri ancora li ricordavo a memoria. Ricordo che attesi i soliti scatti della centrale di Monterotondo.  Sorridevo pensando a Serpico, così chiamavamo il maresciallo dei carabinieri che si atteggiava a poliziotto americano, fuoori posto in una provincia dove non accadeva nulla.

 

Accadde proprio su una di quelle curve sensuali, quella più ampia dove sulla mia destra si apriva tutto il paesaggio di quella sera, triste, cupo e plumbeo.  Le nuvole grigie sullo sfondo gonfie d’acqua e il cielo, il cielo che pareva non sapere se mettersi a piangere anche lui oppure lasciar perdere facendo volgere la giornata al tramonto cosi com’era.

 

Credo che fu un’interferenza. Le loro voci chiare e nitide proprio come mi stessero parlando davanti. Un lui stava lasciando una lei. La lei singhiozzava ripetendo “non è possibile, non è possibile”. Incredula, disperata.

 

Non poteva credere che lui la stesse veramente lasciando, usando uno dei sistemi più vigliacchi che la tecnologia moderna poteva offrire. Lo so, avrei dovuto riattaccare che la loro telefonata non poteva in alcun modo riguardarmi. Ma non lo feci.  Ero anche io incredulo che ci si potesse lasciare in quel modo, con una semplice telefonata e mi domandavo che razza d’uomo fosse quello che lo stava facendo.

 

“Vediamoci, parliamone” era l’ovvia quanto ingenua richiesta di quella donna a cui volente o meno andavano le mie simpatie di estraneo ascoltatore.  

 

Ho tentato più volte di intromettermi tra quei due amanti. Quell’uomo offendeva la mia categoria di appartenenza, mi sentivo chiamato in causa.

Sentivo i loro respiri e l’infinita tristezza che m’avvolgeva e ancora, quella sensazione d’impotenza che t’afferra e t’azzanna quando non puoi fare nulla.

 

Come il caso aveva aperto quella finestra su quei due amanti in quella sera da cani, il caso si riprese ogni cosa dopo un’altra curva.

 

Non ho mai saputo chi fossero i due o come fosse andata a finire quella telefonata a me rimanendo soltanto il ricordo, triste e melanconico in quel grigiore di sera che mi si era attaccato addosso e l’impressionate vigliaccheria di quell’uomo, capace di prendere senza nemmeno dare l’ultimo bacio a un amore lasciato.   

 

 

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