L'UOMO DELLA TAVOLA

mangiare bene, bere meglio

I VINI CHE FURONO, RASSEGNA DEI VINI NON PIU' PRODOTTI

2021-04-08 14:26:34

I PODERI BERTELLI - I BIANCHI  CHE HANNO LASCIATO IL SEGNO IN NOI APPASSIONATI.

A fine anni ’90 non succedeva spesso di incontrare dei professori universitari capaci di trasformarsi in produttori di vini; ma l'espressione “trasformarsi” è impropria, perché Aldo Bertelli, Direttore dell'Istituto di Farmacologia dell'ateneo pisano, e il figlio Alberto, ricercatore presso l'Università di Torino, pur continuando la loro attività di ricerca e di studio avevano deciso di consacrare le vacanze, le ferie e i fine settimana alla valorizzazione dei vigneti di proprietà plurisecolare della famiglia Bertelli in quel di Costigliole d'Asti nella frazione San Carlo.
L'azienda di proprietà della famiglia Bertelli da cinque generazioni era condotta dal professor Aldo e dai figli Alberto e Elisabetta, si estendeva su una superficie complessiva di 20 ettari di cui 15 vitati e 5 occupato da prati, boschi e seminativi. 
Nella loro attività di viticultori si avvalevano ovviamente della consulenza di istituti di ricerca sperimentale nel campo enologico, italiani ed esteri, ma utilizzavano anche la loro vocazione scientifica infatti in questi anni svolgeva  la funzione di agronomo ed enologo lo stesso Aldo Bertelli. 
Avevano compiuto questa scelta dal 1975 ed avevano fatto dei Poderi San Carlo la seconda ragione della loro vita. Non erano assillati dalla fretta, ne dall’incubo della quantità, la produzione annua non superava le 3.000 bottiglie, e in annate sfavorevoli, per determinare qualità di uve, la vinificazione veniva sospesa. L'obiettivo era quello di offrire ai consumatori prodotti perfetti e di qualità e sopratutto che piacessero a loro che erano dei grandi estimatori di vini francesi. La sperimentazione che caratterizzava il loro lavoro, dalla lavorazione in barrique del Barbera, all'impianto di vitigni sicuramente non tradizionali per la zona: Chardonnay,  Cabernet. Sauvignon, Traminer e altri ancora. I risultati premiavano lo spirito innovativo e la cura tecnica dedicata al prodotto, più che notevole le Barbera invecchiate in barrique (anche se avevano bisogno di diversi lutri per maturare), interessantissimi  “gli stranieri” Cabernet, Chardonnay e Traminer. 
Il Plissè , il traminer aromatico morbidissimo, è veramente un nettare e il Chardonnay Giarone è tra i migliori prodotti in italia.
Nel 1990, il vulcanico professore non si fermava in questa sperimentazione e preannunciava già per l'anno seguente l’uscita del Sauvignon Blanc con circa 800 bottiglie.
E' in questo decennio che la cantina si era distinta per la produzione di vini, sopratutto bianchi, veramente strepitosi. Sotto la direzione tecnica del figlio Alberto Bertelli, la supervisione del Professor Aldo e l'aiuto di Maurizio Nervi (produttore di Canelli) i vini hanno fatto un grande salto di qualità. 
Negli anni 2000 la cantina è stata portata avanti dalla figlia Elisabetta Bertelli e dal marito Francesco Ferraro che attraverso la sua enoteca di Milano si occupava della distribuzione in Italia. Nel 2005 si producevano circa 30mila bottiglie all’anno da 10 ettari. 
Nel 2017 il professor Aldo Bertelli muore, ed ogni sogno si perde, i figli decidono, dopo molteplici liti, di chiudere l’azienda e la cantina. La ”passione” voluta nel 1975 dal professore, questo grande personaggio, si perde nell’oblio, ci resta solo il ricordo dei suoi grandi vini.  
Il professor Bertelli dal 1986 produceva il Traminer “il Plissè”, una sua grande passione. E’ sempre stato appassionato dei Gewurztraminer alsaziani, soprattutto quelli di Zind Humbrecht (ho avuto la fortuna anche io di conoscerlo e rivederlo diverse volte da Marchesi), e negli anni ne è diventato  molto amico. Andava spesso nella cantina a Turckheim, per vedere come produrre quei grandi vini e ascoltare i consigli dal grande Leonard. Ricorda Renzo Besso, una delle ultime annate di Plissè che produsse, era favolosa, me la fece assaggiare da barrique esausta e mi disse "ho imparato da Leonard Humbrecht". Non aveva più certi toni dei Plissè vecchi, in parte ossidativi , quasi da smalto, era di una freschezza e complessità inauditi.
Io a suo tempo mi sono sempre divertito tantissimo a proporlo ai clienti a "calice nascosto" domandando la sua provenienza che mai è stata indovinata: Alsazia, Germania, Austria, Alto-Adige o Canada? no si sbaglia, è di Costigliole d'Asti!!!!!
Un vino di “nicchia” poco conosciuto in Italia, anche per l’esiguità della sua produzione, ma che ha sempre suscitato grande interesse tra gli appassionati. Negli Stati Uniti, dove un famoso critico enologico ha scritto del Plissè: “non mi è mai capitato sino ad ora di assaggiare un vino aromatico piemontese di così alto livello”.
Il “Plissè” è effettivamente un vino originale delle nostre terre piemontesi e che sicuramente merita tutta la nostra attenzione. Si tratta di un vino bianco con poco più di un lustro di vita, il quale mostra dapprima una colorazione inusuale per i vini prodotti in assenza di bucce e origina sensazioni olfattive molto simili ad un grande Vendange Tardiva Alsaziana; al gusto si notano, inoltre, percezioni dolci non dolci, con una forte personalità e con note incisive e aromatiche. A produrlo sono i poderi Bertelli di Costigliole d’Asti , dove il proprietario, medico-vignaiolo, ha avuto l’idea di impiantare ceppi di Traminer aromatico nell’astigiano per creare un’alternativa bizzarra. Dopo lunghe sperimentazioni, fatte con severità e mille cure, ne è uscito un capolavoro. Il Traminer Plissè è originato da un vitigno autoctono della Germania, dove viene chiamato Gewurztraminer, presumibilmente frutto della domesticazione di viti selvatiche che crescevano vicino al fiume Reno. Esistono diverse varianti in cui il colore delle bacche varia dal bianco al rosso intenso; quella utilizzata per il vino Plisse è una delle grandi varietà aromatiche che ha bisogno di terreni collinari e ricchi di sole.
Gli abbinamenti gastronomici più significativi sono quelli con il vitello tonnato, tagliolini alle erbe, piatti di pesce e formaggi piccanti.
Le caratteristiche organolettiche di questo vino, che va servito a 10-12 gradi, sono: colore giallo paglierino carico, fresco, mediamente alcolico, con un profumo fragrante che ricorda la vaniglia, la rosa e l’artemisia, mentre al gusto si presenta fine, aromatico, con fondo di mandorla amara, asciutto, elegante e armonico.


Un altra “passione” del compianto Dott. Bertelli erano i Borgogna bianchi, grande estimatore dei grandi vini francesi. E devo dire che c‘era riuscito, ad arrivare ad alti livelli,  Il Giarone  chardonnay, è stato per anni uno dei migliori chardonnay italiani ; fino all' annata 2001 , anno in cui il Dott. Bertelli ha deciso di lasciare la direzione della cantina ad altri.  Ricorda ancora Renzo Besso, una splendida verticale di Giarone da Guido di Costigliole , era il 2000 , in cui l' annata '87 era ancora grande e le altre strepitose. Dagli anni duemila in poi il Giarone pur non essendo all’altezza delle annate precedenti è sempre stato un bianco di altissimo livello.  
Lo Chardonnay in purezza Giarone, l’etichetta con cui più comunemente sono identificati i Poderi Bertelli, ad esempio non esce mai sul mercato se non sono passati almeno 3 anni, buona parte dei quali trascorsi in barrique di Allier; una nuova superba icona in cui questo vitigno straordinario e versatile, a contatto con i terreni argilloso-calcarei di Costiglione e con una mente refrattaria all’ovvio e al già visto, ha saputo trasfigurarsi. La degustazione è un’iniziazione sin dal primo contatto visivo: la consistenza è compatta come fosse metallo fuso, splendente di una tonalità paglierina con riflessi dorati. All’olfattiva propone un bouquet cangiante che all’inizio emana, forse con troppa disinvoltura, note boisé, nocciola tostata e burro di cacao, su uno sfondo dolce di mandarino giapponese e baccello di vaniglia; ma poi, scaldandosi, è come se si ritraesse nelle componenti “grasse” per mettere in evidenza note più delicate di mimose e fiori di colza, esotiche di ananas maturo e banana e minerali così eleganti ed evidenti da richiamare all’istante memorie chablisienne. E a contorno di tanta grazia si libra leggera una sfumatura di miele di acacia. L’assaggio segue lo stesso copione: esordisce con un ingresso importante, materico, di grande spessore, giocato tra le morbide curve gliceriche e il calore sprigionato dell’alcol che raggiunge la percentuale del 14,5%  o 15% ma poi sprigiona sferzate acide a più riprese e ingrana la quarta facendo della sapidità la protagonista assoluta della scena. Persistenza con richiami al naso e ricordi di legni pregiati; sulla tavola, per grado di alcolicità, struttura e tempra non teme gli accostamenti gastronomici più azzardati e fusion, dagli spaghetti di riso con radicchio e speck alle costolette di agnello al curry, dagli involtini di pollo e gamberi all’insalata di riso venere con salmone selvaggio.
Grandi annate 1995, 1997, 1998, 2000 e 2001.

E poteva mancare l’ammirazione per i vini del Rodano. Da ricordi dei Delegati AIS Renzo Besso e Emili Bellossi, in un un pranzo da Guido di Costigliole, dove avevano degustato con lui svariate bottiglie di vini del Rodano, tutte del 1989 e portate da lui, di Graillot, Jaboulet, Gripa, Chave, Jaboulet, Chapouitier e Clape.
Infatti nel 1998 esce con il St. Marsan bianco e il St. Marsan rosso. I vini sono una selezione delle migliori uve di Marsanne e Roussanne e provengono da vigneti dell'azienda posti in località San Carlo nel comune di Costigliole d'Asti, le viti hanno un'età di 25 anni i vigneti si trovano in una zona collinare su terreni calcarei con forte presenza di argille ed un'altitudine compresa tra i 250/ 300 metri s.l.m come esposizione Sud-ovest, sistema di allevamento controspalliera con potatura Guiot e  densità d'impianto 3000 ceppi per ha.
Il vino si chiama St. Marsan, tributo al “Marchese di San Marzano, plenipotenziario di Casa Savoia, presso la corte di Francia, durante il governo di Napoleone III”.
Esiste anche un St Marsan rosso, vitigno Syrah, a conferma che la terra ispiratrice di questa linea di vini è il Rodano Settentrionale.
Poderi Bertelli produce vini “francesi”, di impostazione spesso alsaziana (residui zuccherini compresi). Tecnologica ma – nelle intenzioni -legata anche a territorio e tradizione. E’ avvolta da un discreto “mito”di estimatori e detrattori. Un unicum piemontese.
Il St Marsan bianco è l’emblematico della filosofia Bertelli. Barriques francesi a profusione, ricerca di grandi estratti e concentrazione, equilibrio spostato sulla morbidezza. Desiderio di stupire subito, sin dal primo sorso – o forse solo lì. 
E’ un vino esotico, ricco, intrigante ed elegante, ottenuto dalla lavorazione delle uve di Marsanne e Roussanne, due varietà che trovano nel Rodano i loro vertici espressivi. Un bianco che  ha dimostrato negli anni  che anche Costigliole d’Asti è diventata una meravigliosa culla per la coltivazione di questi due vitigni. Un vino di una complessità estrema, capace di mixare tonalità calde a sensazioni verdi e balsamiche. Una pienezza di bocca, esaltata sicuramente anche dal calore del millesimo di origine, con una lunghezza e una dinamicità che sembra non trovare fine, senza mai appesantire la beva, tenuta in piedi da una gradevole freschezza acido-sapida. Veramente grande in diverse annate, fino al 2000.
Il St. Marsan rosso: Sappiamo della passione del professor Bertelli per alcune varietà “rodaniane” e di “giocare” con esse, piantandole e lavorare con queste uve in territori che presentano caratteristiche completamente diverse da quelle presenti nel loro habitat di origine. I risultati, lo si può notare dai punteggi, sono più che egregi e si rivolgono soprattutto a quel tipo di consumatore che ogni tanto si vuole togliere lo sfizio di bere un vino originale. Profondità, esecuzione enologica perfetta, annata calda, ma un vino ben lontano da notare segni di cedimento.

Nel 1990 comincio a produrre il Fossaretti Bianco, un Sauvignon blanc con un piccolo taglio di uva Semillon.
Limpido e di un colore oro carico, importante la presenza degli archetti. Al naso è intenso ed impiega un po’ prima di mostrarsi per intero, andrebbe quindi aperto prima del servizio in modo da superare l’alcolicità presente che si mostra subito e persiste per qualche minuto, insieme ad un pungente profumo di buccia di pompelmo. Poi parte, il pompelmo si ammorbidisce, lasciando spazio alla resina, l’erba secca e la mela verde. Una decisa nota sapida ed una sfumatura eterea sono sempre presenti, tanto che le ritrovo anche al palato dove è intenso, caldo, morbido con una bella acidità. La percettibile presenza di tannini completa la forte struttura del vino.
L’etichetta e la bottiglia donano una bella immagine di eleganza a questo vino, il quale di sicuro è un bel presente per una cena. Ha ampie possibilità di abbinamento perché qui la temperatura di servizio fa la differenza, dal pesce ad una raffinata selvaggina. Potenzialità da esplorare, insomma.
L’espressione di questo vino è sicuramente differente da molti altri Sauvignon che ho bevuto nel tempo . Colore e presenza di tannino sono i primi indicatori del tempo passato in barrique, il legno ha mutato ed evoluto i profumi tipici di un vitigno, capace di presentare una ampia intensità organolettica che può variare per altitudine, territorio, stile e altro… 

Monferrato Rosso MB  Prodotto da uve Merlot dalle vigne di proprietà di Costigliole d’Asti.  Non aspettatevi di trovare nel bicchiere, un piccolo Pomerol. Tutt’altro. Avrete di fronte a voi un vino complesso, ricco, concentrato ma non pesante, con un taglio di frutto fatto di tanti piccoli frutti rossi. Un vegetale appena accennato ed una vena balsamica più pronunciata. Ma non cercate, per favore, sentori di muschio, tartufo o porcini. Un vino capace di togliere delle soddisfazioni in questo momento, ma anche a chi invece lo dimenticherà in cantina.

Monferrato Rosso I Fossaretti  La differenza sostanziale con il vino precedente è tutta da ricercare nell’annata in etichetta. Questo Fossaretti è un bel vino, prodotto da cabernet sauvignon, tecnicamente ben fatto come tutti i vini di Bertelli, ma purtroppo gli manca quella verve e quell’energia che abbiamo trovato nei vini precedenti. Qui invece troviamo un esemplare che in bocca viene penalizzato più di quanto mostrato in fase olfattiva, per via di una carenza di acidità capace di sostenere in modo esemplare ed in maniera edificante, la struttura del vino.

Barbera d’Asti Montetusa Un’azienda che avrebbe bisogno sicuramente di più spazio per potervi raccontare tutto. Narrare del suo essere estremo mantenendo radici territoriali e delle scelte biologiche per arrivare allo scopo. Del curioso legame che i Bertelli hanno con le uve regionali, ma anche verso molti dei vitigni dei cugini vice-campioni del mondo. Della scelta considerevole e meritevole di attenzione, nel commercializzare i vini con diversi anni di cantina alle spalle. Ma tutto questo è nulla verso l’amore, il rigore e la passione che dimostrano nel comunicare il loro territorio ed il loro savoir-faire enologico, attraverso la barbera. Come nel caso dei Langhe rosso, anche per questi vini abbiamo deciso di metterli in un’altra categoria, anche perché sarebbe ingiusto mettere in considerazione questi punteggi, con quelli assegnati alle altre barbere. In tutte, troverete personalità ed espressività, profondità ed i dinamismo, dove al palato la sostanza è puntellata da lampi minerali e di freschezza e da un tannino deciso e vigoroso.
Barbera d’Asti San Antonio vieilles vignes In questo caso abbiamo un frutto decisamente più impostato sull’evoluzione, rispetto al campione precedente, anche se gli elementi che compongono l’impianto olfattivo, sono più decisi ed originali, grazie all’apporto delle uve provenienti da un vigneto con ceppi di più di 60 anni di età. Per chi invece è alla ricerca di cosa vuol dire carattere minerale che solo una vigna vecchia può dare, allora deve mettere il naso qui dentro. Al palato è sostanzioso, profondo, ricco e lungo. Se vogliamo trovargli un difetto, allora lo ricerchiamo nell’acidità che non è adeguata a sostenere tutta questa stoffa e che lo avrebbe portato decisamente a ben altre sfere. Se proprio vogliamo essere pignoli…
Barbera d’Asti Giarone Barbera Giarone assomiglia molto al campione descritto in precedenza, pur non avendo la stessa articolazione nella complessità olfattiva e gustativa. Dal canto suo, offre tutto il suo potenziale, grazie ad un’offerta gustativa più decisa e molto più armonica sul piano della bevibilità.
 La cantina produceva anche un rosso da uve nebbiolo 80% e resto cabernet dal nome Mont Mayor e un Barbera d’Asti Superiore Nabiss. 
antonio.dacomo 8/4/21in collaborazione con Renzo Besso