La slittina dei pensieri
Racconto di Lady Eveline (Laura Del Pistoia) https://lauradelpistoia82.wixsite.com/wordsintherain
La slittina dei pensieri - prima parte
Ancora quella canzone, voleva ascoltarla ancora una volta, prima che suo padre rientrasse per reclamare altri soldi da sua madre, prima di trovare la forza necessaria a contrastarlo perché non le facesse del male, prima di doverlo andare a cercare per tutti i pub di Torino, caricarselo sbronzo in macchina e riportarlo a casa.
“Hold your breathe and count to ten, then fall apart and start again”; la frase ripetuta da Molko nel suo stereo, ancora e poi ancora, la musica dei Placebo come motore per rialzarsi; questa era la sua esistenza.
“Enzo, per favore, vieni un attimo”.
Sua madre lo stava chiamando.
“Sto preparando la cena che poi corro a lavoro; sono senza sigarette, puoi andarmele a comprare un attimo?”
“Ma mamma, papà potrebbe rientrare da un momento all'altro, non voglio che ti trovi da sola”
“Tranquillo, gli ho lasciato in bella vista 50€ all'ingresso, non verrà neanche qui in cucina: li prenderà e uscirà di nuovo”.
L'aria fresca di inizio autunno gli sfiorava piacevolmente il viso: anche in quel quartiere com'era bella Torino in autunno, con i suoi alberi variopinti e quella luce che passava dall'oro all'argento, a seconda che si affacciasse il sole o meno.
“Ehi, ragazzo, che ti serve?”.
Il tabaccaio lo fissava in attesa, si era di nuovo perso nei suoi pensieri.
Appena aperta la porta di casa sentì sua madre tossire forte, come accadeva sempre più frequentemente. Fumava troppo, ma non poteva biasimarla. Faceva tre lavori per mantenere la famiglia e suo padre, nullafacente, buttava in alcool buona parte dei suoi guadagni. Lei non poteva opporsi, lui era un grosso omone violento: se non otteneva subito ciò che voleva la picchiava e lei non poteva permettergli di farle del male, non poteva restare a casa per infortunio, non poteva rischiare di perdere neanche uno dei suoi tre lavori.
“Mamma ecco, ti ho preso due pacchetti. I soldi all'ingresso sono spariti, immagino che sia passato papà”
“Esatto. Qui è tutto pronto, io vado. Tu hai finito di studiare per domani?”
“Sì, mamma, tranquilla”
“Sei il mio unico orgoglio”.
Era all'ultimo anno di liceo scientifico; nonostante i problemi familiari, era uno degli studenti migliori. I professori avevano però scritto più volte a sua madre, che non si faceva mai vedere alle riunioni di classe, per redarguirla sul comportamento di Vincenzo.
Era sempre in disparte, con le cuffie nelle orecchie e un album da disegno in mano. Spesso durante le lezioni si alzava e se ne andava. Se un compagno provava a dargli fastidio, lui reagiva stendendolo con un pugno.
Amava l'arte, la letteratura e il pensiero. Non altrettanto le scienze e la matematica, ma la sua acuta intelligenza e la sua mente brillante e intuitiva lo tenevano a galla anche in quelle materie.
Al mattino, se arrivava, era in ritardo; nelle pause fumava con non-chalance marijuana nel giardino dell'istituto.
Le ragazze non gli mancavano, attirate dalla sua aria “bello e dannato”, ma lui non si legava a nessuna.
La bellezza l'aveva presa da sua madre Marianna. Era una giovane promessa del teatro quando disgraziatamente incontrò suo padre.
Una sera stava festeggiando con la compagnia il grande successo riscontrato da una prima. Qualche bicchiere di troppo ed era caduta tra le braccia di quell'uomo. Proprio così, lui, Vincenzo, era il risultato di una sbronza sciagurata.
Erano le tre del mattino, aveva appena finito di rivedere per l'ennesima volta “Profondo rosso”; di suo padre nessuna traccia, era ora di andarlo a cercare. Sempre più spesso desiderava non trovarlo affatto.
Ma anche quella notte eccolo lì, semisdraiato su una panchina di piazza Statuto. Ed ancora una volta toccava ad Enzo caricarlo di peso sulla vecchia Panda e scaricarlo sul divano.
TO BE CONTINUED