Adolescenti: istruzioni per l'uso.
"ti capisco"
quando questa frase vuol dire, invece, non ti stavo ascoltando
1. “Ti capisco”: quando le parole giuste arrivano nel momento sbagliato
Quante volte, davanti alla sofferenza di nostro figlio, ci affrettiamo a dire “ti capisco”? È una reazione spontanea e spesso benintenzionata: vogliamo rassicurarlo, farlo sentire meno solo, trasmettere presenza emotiva. Eppure, questa frase — apparentemente accogliente — può essere vissuta in modo opposto: come un’interruzione, una banalizzazione, persino una forma gentile di chiusura.
Il problema non è la frase in sé, ma quando e come la si pronuncia. Se arriva troppo presto, prima che il ragazzo abbia avuto il tempo di esprimersi fino in fondo, può sembrare che stiamo tagliando corto. Come se la sua esperienza fosse già stata incasellata in una categoria preconfezionata.
E un adolescente, che sta cercando di dare un nome alle proprie emozioni, ha un bisogno profondo di sentirsi esplorato, non archiviato.
Inoltre, dire “ti capisco” senza dimostrare vero interesse nell’ascolto rischia di suonare come una formula vuota. È come appoggiare una mano sulla spalla di qualcuno che ci sta raccontando un dolore e voltarsi subito dall’altra parte. L’intento era empatico, ma il risultato può essere frustrante.
Per questo, la vera empatia richiede tempo, spazio, silenzio e, soprattutto, curiosità. Curiosità autentica per il mondo emotivo dell’altro.
2. Quando l’ascolto si interrompe e l’adolescente si ritrae
Gli adolescenti sono dotati di un radar molto sofisticato per individuare l’ascolto finto. E non hanno paura di spegnere la comunicazione se percepiscono che l’altro non è davvero presente. Quando un genitore dice “ti capisco” con un tono frettoloso, mentre guarda il cellulare o mentre sta già pensando a come replicare, ciò che arriva al figlio non è vicinanza. È il messaggio implicito: “questa conversazione è già conclusa, non c’è altro da dire.”
E il risultato spesso è una reazione emotiva più intensa: chiusura, irritazione, ostilità. Il figlio si sente letto troppo in fretta, non rispettato nei suoi tempi, non accolto nella sua complessità. In alcuni casi risponde con silenzio; in altri alza il tono per farsi ascoltare. In entrambi, sente che non è lo spazio adatto per portare ciò che prova davvero.
La difficoltà nasce anche dal fatto che gli adolescenti non sempre sono chiari nella comunicazione. A volte parlano per immagini, sbuffi, battute amare, mezze frasi. E questo rende più difficile comprendere il messaggio sottostante. Ma proprio in quei momenti si gioca la fiducia: se un genitore riesce a rimanere in ascolto anche quando tutto sembra vago o scomodo, sta dicendo al figlio “tu, così come sei, mi interessi”.
E questo è un balsamo profondo per ogni chiusura.
3. Più pause, meno parole: come coltivare un’empatia che lascia spazio
Empatia non significa dire qualcosa subito. Anzi, a volte le parole più utili sono proprio quelle non dette. È lo sguardo che resta, è il corpo che si volta per ascoltare meglio, è il silenzio che non ha fretta. Questo è ciò che comunica davvero: “sono qui per te.”
Molti genitori sentono l’urgenza di intervenire, rispondere, spiegare. Ma i figli, in particolare quelli adolescenti, hanno bisogno di sentire che possono raccontare senza essere subito analizzati.
Una buona pratica può essere quella di iniziare con domande aperte e neutre:
- “Ti va di raccontarmi un po’ meglio?”
- “Cosa ti ha fatto sentire così?”
- “Secondo te cosa ti avrebbe fatto stare meglio, in quel momento?”
Queste domande non invadono, non interpretano, non giudicano. Lasciano uno spazio. E se il ragazzo sceglierà di occuparlo, sarà perché sente che può farlo senza rischiare.
Un’altra strategia è l’ascolto riflessivo: restituire ciò che si è sentito con parole proprie, del tipo: “Se ho capito bene, quello che ti ha ferito è stato sentirti escluso...” In questo modo, il figlio si sente preso sul serio.
Inoltre, è fondamentale saper dire:
- “Credo di non capirti fino in fondo… ma voglio provarci.”
- “Aiutami a capire cosa stai vivendo.”
Questa ammissione non toglie forza al genitore. Al contrario, gli restituisce umanità. E quella umanità è la base da cui può nascere un legame nuovo.
Conclusione — Consigli pratici per genitori: ascolto che lascia spazio, non risposte pronte
🎧 Sostituisci “ti capisco” con una vera presenza.
Può bastare uno sguardo che ascolta, un “dimmi ancora”, una frase come “sono con te, raccontami meglio”.
⏳ Rallenta il tempo della risposta.
Anche solo 3 secondi di silenzio in più permettono al ragazzo di aggiungere un pezzo di sé. E a te di rispondere con meno automatismi.
❓ Fai domande aperte che non suonino come interrogatori.
Evita il “perché?”, che può sembrare accusatorio. Preferisci “come mai?”, “in che momento ti sei sentito così?”
🌱 Accetta che non tutto sarà chiaro subito.
L’ascolto è un processo. A volte le parole arrivano molto dopo… ma l’ascolto che hai offerto rimane come un terreno sicuro.
📩 Senti che il dialogo con tuo figlio è sempre più difficile?
Forse è il momento di rivedere come vi parlate. Con delicatezza, ma anche con strumenti nuovi.
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Perché tuo figlio non vuole solo essere capito. Vuole sentirsi ascoltato.