Adolescenti: istruzioni per l'uso.
Se non mi ascolti mi chiudo e...
se mi chiudo ti arrabbi e così ricominciamo..come evitarlo?
1. L’ascolto negato: il primo passo verso la frattura
Nel cuore della quotidianità, mentre si corre tra mille impegni e responsabilità, può diventare difficile fermarsi e ascoltare davvero. Spesso il “mi ascolti un attimo?” di un figlio arriva nel momento meno opportuno: una cena da preparare, una mail da rispondere, una giornata già troppo lunga. Eppure, ogni volta che un ragazzo sente che la sua voce non viene accolta, qualcosa si incrina.
L’ascolto che manca non è solo mancanza di parole, ma mancanza di presenza. Non si tratta solo di “sentire” ciò che il figlio dice, ma di dimostrare che il suo mondo interiore ha spazio e importanza. Quando un adolescente si sente visto, ascoltato e preso sul serio, anche in disaccordo, impara che le sue emozioni sono legittime e che la comunicazione è uno spazio sicuro.
In assenza di questo ascolto, però, prende piede una dinamica dolorosa: i figli iniziano a chiudersi. Per proteggersi, per non essere feriti ancora. E quella porta che si chiude non è solo fisica, ma relazionale. Ed è lì che nasce la vera distanza.
2. La chiusura emotiva: il modo più silenzioso per sopravvivere
Il silenzio di un figlio è spesso interpretato come disinteresse, freddezza o maleducazione. Ma in realtà, è una strategia. Gli adolescenti si chiudono quando non si sentono capiti, quando percepiscono che ogni tentativo di aprirsi viene minimizzato, frainteso o addirittura punito. In quel momento, smettono di fidarsi. E quando la fiducia vacilla, la relazione inizia a indebolirsi.
Molti genitori, di fronte alla chiusura emotiva, si sentono respinti e reagiscono con rabbia: “Ma perché non mi parli?”, “Cosa ti ho fatto?”. Ma in quel momento non serve un interrogatorio, serve uno spazio. Serve pazienza. La chiusura non è contro il genitore, è un tentativo di trovare un equilibrio interno.
Alcuni adolescenti, quando si sentono sopraffatti da emozioni che non sanno gestire, preferiscono ritirarsi piuttosto che esporsi. È una forma di auto-protezione: “Se non parlo, non sbaglio; se non dico, non vengo ferito.” Ma questo meccanismo, alla lunga, isola. Il vero compito del genitore non è forzare la porta chiusa, ma restare lì, visibile, presente, in ascolto anche quando non arriva risposta.
3. Come uscire dal ciclo: dalla reazione alla relazione
Il segreto per spezzare questo meccanismo ripetitivo è cambiare il punto di partenza: smettere di aspettarsi l’apertura per ascoltare e iniziare ad ascoltare per far nascere l’apertura. L’ascolto vero non è solo un atto esterno, è una disposizione interna. E anche se tuo figlio sembra allontanarsi, se cambi il modo in cui ti relazioni a lui, qualcosa può trasformarsi.
Ecco alcune strategie relazionali da usare nella pratica:
- Sii prevedibile nella tua calma: se tuo figlio sa che non reagirai con rabbia, sarà più incline ad aprirsi.
- Accogli anche i silenzi: non chiedere “perché non parli?” ogni tre minuti. Puoi dire invece: “So che ora non hai voglia di parlare, ma quando vuoi, ci sono.”
- Evita le etichette: frasi come “sei sempre chiuso” o “non parli mai con me” rafforzano il comportamento che vuoi cambiare.
- Racconta anche tu qualcosa di tuo: condividere una difficoltà, un’emozione, mostrare vulnerabilità può stimolare empatia e reciprocità.
- Crea micro occasioni neutre: una passeggiata, un’attività manuale, un film condiviso. Paradossalmente, è nel “non parlare direttamente” che possono nascere le conversazioni più vere.
Ristabilire la connessione significa anche imparare a rispettare i tempi dell’altro. Forse tuo figlio non parlerà oggi. Ma ogni tuo gesto di ascolto, ogni tua parola non giudicante, costruisce un sentiero. E prima o poi, quel sentiero può diventare strada.
Conclusione – Quando cambia il ritmo, può cambiare la storia
Molti adolescenti non si chiudono davvero: si nascondono in attesa di capire se è sicuro uscire. La loro chiusura non è definitiva, è una pausa. È un modo per capire se il mondo fuori è disposto a guardarli senza filtri. Per questo, il cambiamento parte da te. Non devi avere tutte le risposte, ma puoi essere quel luogo stabile dove tuo figlio sente di poter tornare, anche se sbaglia, anche se urla, anche se tace.
Comincia da un gesto, da una frase nuova, da un ascolto che non giudica. A volte, il legame non è rotto: è solo in attesa di essere risvegliato.
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