Adolescenti: istruzioni per l'uso.
"Non voglio parlarne"
Ma cosa si cela spesso dietro questa frase? Vediamo
Non voglio parlarne.”
📘 Ma forse significa: “Ho paura di essere giudicato.”
1. Il silenzio come forma di protezione
Quando un figlio adolescente dice “non voglio parlarne”, il genitore può sentirsi escluso, frustrato, preoccupato. Ma quella frase, per quanto dura, non è sempre un rifiuto.
Spesso è una difesa.
Un modo per proteggere qualcosa che non si sa ancora nominare. Un’emozione confusa, un pensiero fragile, una paura che non ha ancora parole.
L’adolescente vive un tempo di trasformazione profonda, in cui il bisogno di essere accolto senza giudizio è vitale.
E quando sente che potrebbe essere frainteso, criticato o invaso… si chiude.
Non perché non voglia parlare. Ma perché non si sente al sicuro.
2. Il timore del giudizio
Dietro il silenzio, spesso c’è il timore di essere giudicati.
Il figlio teme di deludere, di essere frainteso, di non essere all’altezza delle aspettative.
E allora tace.
Il genitore che interpreta quel silenzio come un attacco rischia di allontanarsi.
Ma chi riesce a vederlo come una richiesta di protezione, può trasformarlo in un’opportunità.
Accogliere il silenzio significa dire: “Non hai bisogno di spiegarti per essere amato.”
E questo è il messaggio più potente che un adolescente possa ricevere.
3. Come creare uno spazio sicuro
Uno spazio sicuro non si crea con le domande giuste.
Si crea con la disponibilità, con la calma, con la capacità di restare anche nel non detto.
Il genitore che non forza, che non incalza, che sa aspettare… costruisce fiducia.
Frasi come “Quando vuoi, io ci sono” o “Va bene anche se non vuoi parlarne ora” aprono porte.
Perché non invadono. Non pretendono. Non spingono.
E quando il figlio sente che può parlare senza rischi, lo farà.
Non perché è obbligato. Ma perché si sente accolto.
4. Il valore del tempo e della presenza
Il dialogo autentico non nasce dalla fretta.
Nasce dal tempo condiviso, dalla presenza costante, dalla capacità di restare anche nel silenzio.
Un genitore che sa abitare il tempo dell’altro, che non interpreta ogni silenzio come un problema, che sa offrire piccoli gesti quotidiani di cura… diventa un punto di riferimento.
E quando il figlio sarà pronto, saprà dove tornare.
Perché il legame non si è spezzato. È rimasto lì, silenzioso, ma vivo.
Conclusione – Cosa puoi fare, concretamente
👂 Accogli il silenzio come una difesa, non come un rifiuto
🧭 Evita di incalzare: offri tempo, non pressione
💬 Usa frasi che aprono: “Quando vuoi, io ci sono”
🧡 Resta disponibile, anche se non sei cercato
📌 Ricorda: “non voglio parlarne” può significare “ho paura di essere giudicato”
📩 Tuo figlio ti dice “non voglio parlarne”?
Forse non è chiusura. Forse è una richiesta di sicurezza.
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📘 Perché il dialogo non si forza. Si prepara.