Claudio Bandello

"L'OPERA D'ARTE COME EPIFANìA" di Claudio Bandello

2019-12-20 11:26:09

"Il Compianto". Nicolò Dell'Arca, già NICOLO' DE APVLIA, a Bologna per un ProtoRinascimento.

"L'OPERA D'ARTE COME EPIFANìA"

Dal momento in cui l'opera denominata "Il Compianto" viene riconosciuta dall' Unesco "patrimonio dell'umanità", ci si potrebbe, anche e a buon ragione, preoccupare di restituire l'ordine originario al gruppo scultoreo. I documenti che testimoniano questa mancanza e cioè dell'assetto originario della scena in oggetto,  sono da ricercare negli scritti di quella straordinaria e magistrale figura che fu Francesco Arcangeli. La necessità di una ricollocazione fedele al progetto originario non costituirebbe solo un fatto di mera o presunta onestà intellettuale atta a scagionarci da un punto di vista morale, ne tanto meno, per quel che mi riguarda, una futile velleità narcisistica di un pugliese a Bologna. Qui i termini della questione chiederebbero un certo rigore analitico condotto sia sul piano linguistico e della sintassi che su di un piano più squisitamente drammaturgico, taumaturgico nonchè demiurgico. La crucialità e l'intensità drammatica della scena giungerebbero alla sua originaria efficacia teatrale dagli effetti catartici se le "linee degli sguardi" dei personaggi tornassero a definire quella che originariamente formava una griglia energetica, un campo magnetico-emozionale, quella rete di relazioni di forte suggestione psichica e sensoriale, che nel primo rinascimento costituì la "cifra stilistica" in essere che da Masaccio ed i Primitivi giunse a forgiare il nuovo modello, quello dell'arte rinascimentale. Questi esiti formali nel pieno "Quattrocento", che in ambito bolognese vedono la bottega di Iacopo Della Quercia al centro di quella geografia concettuale tanto emblematica quanto "tratto distintivo" di quel crinale che separa "l'alto medioevo" dal "primo rinascimento" italiano, sono gli stessi esiti che saranno poi pietra miliare e per la formazione del Buonarroti meno che ventenne in fuga da Firenze, e per le influenze che la "scuola bolognese" ebbe in quella fucina identificata a posteriori col nome di Umanesimo. Capolavori risalenti al successivo rinascimento maturo grondano di questa peculiarità di carattere linguistico insita al modello rinascimentale fino a picchi di straordinaria ed inequivocavile idiomaticità  ed alla portata di un'opera importante come " L'Adorazione dei Magi" di Leonardo Da Vinci, per esempio. La forte componente psichica che rende forme e corpi cangianti, come se la psiche in quanto membrana impressionabile necessariamente sfugge alla fissità della rappresentazione, ponendo "l'uomo", (l'essere umano) altrochè al centro dell'universo, come si racconta per impacchettare il fenomeno una volta per tutte, ma, invece, al centro di un dramma, un dramma di carattere filosofico etico e morale. Lo stesso dramma che scaturisce dalla domanda: "che cos'è l'uomo". Alla stessa domanda che porta gli Alberti e i Pico Della Mirandola alle infinite dispute sulla superiorità o meno dell'umano all'angelico. Tra gli anfratti della gnosi di eredità ermetica, da Ermete Trismegisto e le "Tavole Smeraldine" e dottrina iniziatica annessa, anche di estrazione dantesca per così dire, si delinea un clima di straordinario fervore metafisico. Tra Donatello e Nicolò dell'Arca possiamo cogliere la quintessenza delle alchimie idiomatiche che animano il 400 italiano in materia di scultura, oltre che nel senso più vasto di una visione del mondo che i protagonisti dell'umanesimo intendevano delineare. Alchimie che vedono la nascita della Scienza come veivolo che informò e formò quella che venne assunta a posteriori come nozione di "Umanesimo". E di questa complessità "Il Compianto" vibra. Anche se oggi lo straordinario capolavoro è privato di quella tensione semantica, per così dire, tra componente entropica ed un'altra exotropica, data l'errata collocazione dei personaggi della scena. In quella disposizione originale, congrua alla sua fisionomia corale, oltre che alla fisiognomia dei volti, l'intero il gruppo di figure, oggi accolte in Santa Maria della Vita a Bologna, riacquisterebbe la luce originaria (per Luce si intende l'energia o la componente energetica, non l'illuminazione). L'"essere dentro" teatralmente, e la teatralità qui è una componente imprescindibile, produce percettivamente la condizione allucinata di vertigini tattili fluttuanti sui refratti epidermici dei corpi, dove un senso di atemporalità quadridimensionale più che latente si da e si svela con la sua più umile struttura molecolare. Figure di terra proprio, attraversate dall'afflato dell' invisibile densità morale degli sguardi altrettanto allucinati ed atti quasi a cristallizzarsi, oltre alla rappresentazione del già dato o delle figure che inequivocabilmente invocano "diritto di eternità". Claudio Bandello