Carla Fiorentini

Non definirmi: sto cambiando

Carla Fiorentini

Non definirmi: sto cambiando

Se non ti uccide, ti rende più forte

2022-06-05 09:34:46

Leggo, nelle chat dei pazienti oncologici, la grande sofferenza per le persone che, dopo aver assicurato presenza e supporto, si negano o spariscono. Conosco bene la situazione, e mi induce a ricordi e riflessioni.

Chiama quando hai bisogno, anche in piena notte!

Ti dicono quando comunichi che dovrai essere operata, e poi le chemioterapie, le radioterapie e tutti il circo che accompagna un diagnosi di tumore brutto assai.

Poi, una sera, verso le 8 ti senti davvero giù.

Hai dimenticato a che ora di mangia perché tu, ormai, mangi sono quando ne hai la forza, e non certo a orario fisso. Durante i mesi di chemioterapia mangi occasionalmente, cercando a tentoni qualcosa che vada giù nello stomaco, e ci rimanga, proseguendo, poi, nell’intestino senza provocare effetti strani. Ci sono settimane in cui nulla ha un sapore accettabile, neanche l’acqua. 

Ecco, alle 8 di una qualunque sera sei triste e telefoni. 

Scusa, sono di corsa, mi aspettano. Sto preparando la cena perché ho ospiti, o sto uscendo per un apericena (quanto detesto questa parola!) 

E capisci che le parole pronunciate rimango lì, sospese, e a te rimane il dubbio se erano false o in buona fede.

Conosco la situazione, ma ho sofferto poco per queste realtà e mi chiedo perché.

Scopro in perché durante un percorso di meditazione.

Da bambina, negli anni dopo la morte di mia madre, ho sentito tante volte

  • Ti voglio bene come se tu fossi mia figlia 
  • Amavo tua madre come un figlia, è come se tu fossi la mia prima nipote

A 4-5-6-9 anni ci ho creduto.

Forse chi lo diceva era sincero, forse, ma la realtà dei fatti è stata poi molto diversa. E poi ho smesso di sperare che qualcuno mi vivesse davvero come figlia o nipote. 

Dovevo cavarmela con quello che era disponibile.

Nella pratica reale, nella vita quotidiana, non c’erano eroi o eroine disponibili a salvarmi, e neanche a sostenermi.

Ecco perché poi, molti anni dopo, non ho sofferto. Avevo già vissuto, ed elaborato. Qualcuno era in buona fede, forse lo erano tutti, non so, il problema non è mio, ma loro. 

Ciò che non uccide rende più forte. Non è proprio così.

Ciò che non uccide regala la possibilità di elaborare e superare la sofferenza. 

E ora quando mio marito protesta per telefonate a ore improbabili o si arrabbia perché, dice lui, vado a cercare le angosce di tutti per farmele scaricare addosso, sorrido, perché io so cosa significa fare lo sforzo di cercare aiuto e non trovarlo e, nel mio piccolo, cerco di far sì che non succeda a chi si rivolge a me. 


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