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Cirano De Bergerac - Edmond Rostand
Si può aggiungere qualcosa parlando di un testo che fin dalla sua prima uscita nel 1897 ha conosciuto solo successi?
In oltre un secolo dal testo teatrale di Rostand sono stati tratti romanzi, riscritture ispirate se non proprio scopiazzate, film muti, sonori, in bianco e nero e a colori, canzoni (in Italia famosissima “Cirano” di Guccini), video, meme e una quantità eccessiva di frasi a effetto per occasioni speciali.
Ma è davvero così bello questo testo per il teatro? E vale la pena leggerlo o è necessario vederlo recitato?
Affronto per prima la seconda domanda: dipende molto da che tipo di lettori siete, a mio modesto parere. Se, come me, siete lettori che si lasciano trascinare dalla parola, che alle descrizioni fanno seguire un’immagine della mente, che rileggono più volte il passaggio capace di emozionare allora sicuramente si! Personaggi e ambienti si materializzano senza alcuna fatica grazie all’efficacia dei dialoghi che grazie al loro ritmo non lasciano mai la presa. Solo di rado ci sono monologhi di più ampio respiro ma, in quei casi, l’assoluta qualità, densità e necessità dell’espressione del personaggio rendono goduriose le tirate.
A questo punto è chiara anche la mia risposta alla prima domanda. E’ un testo imperdibile. E’ obbligatorio leggerlo nella traduzione di Franco Cuomo, attualizzata e più asciutta delle precedenti e non più superata da nessun altro curatore. Non a caso con questa traduzione è stato doppiato il film migliore che sia stato tratto dall’opera di Rostand con una delle più felici interpretazioni di Depardieu, che dona carne e sangue ad ogni sfumatura del poliedrico e sfuggente Cirano. E arriviamo alla sostanza del discorso. Per quanto nessun personaggio nel poema non meriti il suo spazio e ogni carattere abbia più di un lato valido da cui poter essere osservato (esempi? Il bel Cristiano, un po’ sciocco, è anche un uomo che in punto di morte vuol sapersi onesto agli occhi della sua amata pur perdendo quell’amore; il presuntuoso nobile De Guiche si dimostrerà coraggioso e “guascone” sul campo di battaglia dove poteva esimersi dal rischiare; il ricco fornaio Ragueneau per il quale il bene è nulla finché costretto a trascurare le sue aspirazioni poetiche) è Cirano il più-che-protagonista. Coraggioso o aspirante suicida per la solitudine del suo spirito alieno a Parigi? Artista o rissoso spadaccino invidioso dei successi altrui? Ironico guascone dalla parola saettante o emarginato stravagante dei quartieri periferici?
Edmond Rostand non ha inventato Cirano, lo ha solo romanzato un pochino. Savinien Cyrano (solo a vent’anni diventato De Bergerac, in seguito all’acquisizione da parte del padre di un possedimento che portava quel nome) ha intensamente vissuto duecento anni prima che ne venissero cantate le gesta. Le notizie che ne possiamo rintracciare sono le stesse che utilizzò l’autore: egli era veramente uno spadaccino abile e sempre in cerca di occasioni per sfoderare la spada e, nonostante la popolarità nei circoli letterari parigini, le sue opere non ottennero grandi successi né duraturi. Personalmente ho letto alcuni testi per il teatro che risultano però molto datati e per niente godibili e un racconto “L’altro mondo o Storia comica degli stati e imperi della luna” che, seppur di lettura piuttosto lenta e noiosa, ha degli spunti interessanti e delle parti divertenti (alcune scene sono state riprese quasi identiche da Rostand).
Cirano De Bergerac è il testo che ho più volte riletto nella mia vita, e continuerò a rileggerlo perché “il nasone” è un interrogativo perpetuo cui non si riesce a rispondere. Perennemente sfuggente non si può però abbandonarlo perché, mentre ci gira le spalle, ci dichiara amore chiedendoci irresistibilmente di fare altrettanto. E io continuo a corrergli dietro ponendo domande.